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Diritto

La Consulta precisa quando e come si può derogare al principio di non ultrattività della legge penale

di Gabriele Zampagni

1. La successione delle leggi penali nel tempo - 2. La questione risolta dalla Corte Costituzionale

1. LA SUCCESSIONE DELLE LEGGI PENALI NEL TEMPO 

“Nessuno può essere punito per un fatto che, secondo una legge posteriore, non costituisce reato e, se vi è stata condanna, ne cessano l’esecuzione e gli effetti penali”. 

Le parole appena riportate traducono in termini giuridici il principio -di stampo garantista e consacrato nell’articolo 2, comma 2 del Codice Penale- della cosiddetta non ultrattività della norma penale più sfavorevole al reo. 

Tale principio si colloca nell’ambito del fenomeno, più generale, della successione delle leggi e riguarda le modalità di regolamentazione delle fattispecie che si trovino “a cavallo” tra due (o più) differenti formulazioni normative che si siano progressivamente succedute nel tempo: il tema, invero già di per sé delicato, assume particolare rilevanza allorché si tratti di disciplinare l’estensione temporale degli effetti di una norma penale, in quanto in tale materia si pone la necessità di garantire, al contempo, l’esigenza di giustizia sostanziale di ogni decisione giudiziale, ma anche il doveroso rispetto della libertà personale dell’individuo che trova, come è noto, esplicito riconoscimento a livello costituzionale, per il tramite dell’articolo 13 della Carta. 

Da quanto premesso, dunque, emerge chiaramente come la disciplina del diritto intertemporale in materia penale presenti alcuni caratteri specifici che ne giustificano ma, allo steso tempo, anche ne richiedono una regolamentazione derogatoria rispetto ai principi che vigono sul piano generale, per tutte le altre branche del diritto. 

Si pone, infatti, l’esigenza di garantire il contemporaneo rispetto di due valori, che vengono ritenuti di pari rilevanza: da una parte, quello della certezza del diritto e, dall’altra, l’esigenza che l’esercizio della potestà punitiva, da parte dello Stato, avvenga nei soli casi effettivamente e strettamente necessari (principio di residualità della pena). E’ per questi motivi, dunque, che è stato codificato, in materia penale, un sistema di deroghe rispetto ai principi di diritto intertemporale vigenti in generale, che trova la sua ratio nella necessità di restringere, per quanto possibile, l’intervento punitivo dello Stato ai soli casi assolutamente e strettamente necessari.

In questo quadro si colloca, ad esempio, il fatto che il principio di irretroattività – che gode, comunque, di una valenza generale nel nostro ordinamento, ai sensi dell’articolo 11 delle disposizioni preliminari al Codice Civile- assume, in materia penale, una esplicita rilevanza costituzionale, atteso il tenore letterale dell’articolo 25, comma 2, della Carta, che recita “Nessuno può essere punito se non in forza di una legge che sia entrata in vigore prima del fatto commesso”.

Il principio di irretroattività in materia penale, che si correla inscindibilmente con quello di legalità (nullum crimen sine previa lege poenali) è destinato, comunque, a trovare applicazione nel solo caso di norme penali successive al fatto, che siano più sfavorevoli al reo (il quale, dunque, deve essere punito soltanto in base alla norma che vigeva al momento della commissione del fatto, anche se, successivamente, l’apparato sanzionatorio sia stato modificato in senso più sfavorevole). Tale principio, invece, non può trovare applicazione allorché la nuova sanzione, entrata in vigore successivamente al fatto, si dimostri meno severa per il reo: in questa ipotesi, infatti, la “violazione” del principio di irretroattività trova giustificazione nell’esigenza di non sottoporre il colpevole ad un trattamento sanzionatorio che l’ordinamento stesso dimostra di non ritenere più adeguato rispetto al fatto commesso. Si preferisce in questi casi, insomma, sacrificare il principio generale di irretroattività, sull’altare di quello, di matrice liberale e garantista, del favor rei.

Le questioni di diritto intertemporale in materia penale, peraltro, non finiscono qui, dal momento che esiste anche il già ricordato principio di non ultrattività, a tenore del quale è vietato condannare qualcuno per un fatto che, seppur al momento del suo compimento costituisse reato, sia stato successivamente degradato a mera violazione di natura amministrativa o, addirittura, a fattispecie non più penalmente rilevante. Orbene, la questione, in questo quadro, riguarda il fatto che, mentre i sopra ricordati principi (di irretroattività della norma più sfavorevole e di retroattività della norma più favorevole) godono, senza dubbio, di un esplicito riconoscimento costituzionale (che li rende, proprio per questo, inviolabili da parte del legislatore ordinario), il principio di non ultrattività sembra, almeno prima facie, sfornito di una eguale dignità, in quanto trova la sua consacrazione normativa, come detto, non già nel testo della Carta, ma solo nell’articolo 2, comma 2 del Codice Penale che, nell’ambito della gerarchia delle fonti, occupa la posizione della legge ordinaria, dunque derogabile da parte di un successivo intervento normativo del legislatore.

E’ proprio in questo contesto che si colloca il recente intervento della Corte Costituzionale che, con la Sentenza numero 215 del 9-18 giugno 2008, è tornata ad occuparsi del tema in questione, indicando i confini o, se si preferisce, i limiti e le condizioni entro i quali può essere legittimamente derogato il principio di non ultrattività della legge penale.

2. LA QUESTIONE RISOLTA DALLA CORTE COSTITUZIONALE

La Consulta ha dichiarato, infatti, l’incostituzionalità dell’articolo 1, comma 547, della legge 23 dicembre 2005, numero 266 (meglio conosciuta come Legge Finanziaria per il 2006) nella parte in cui prevedeva che, per le violazioni di cui all’articolo 110, comma 9 del Regio Decreto numero 773 del 1931 (leggi di Pubblica Sicurezza) commesse prima dell’entrata in vigore della legge numero 266 del 2005, dovessero continuarsi ad applicare le sanzioni penali previste al tempo della commessa violazione. 

Per la precisione, era accaduto che il Legislatore, attraverso la Legge Finanziaria 2006, nel riformulare l’intero apparato normativo riguardante l’utilizzo di macchinette ed apparecchi automatici ed elettronici per il gioco d’azzardo, aveva degradato a mero illecito amministrativo alcune condotte precedentemente punite a titolo di illecito penale (contravvenzionale), rinviando, per il resto, alle generiche norme del Codice Penale per la repressione del gioco d’azzardo. 

Fin qui, in effetti, nulla quaestio, in quanto il Parlamento, nell’esercizio della sua piena potestà legislativa, aveva ritenuto -forse sulla base del mutamento dei tempi e delle sensibilità diffuse- opportuno considerare certi comportamenti non più meritevoli della sanzione penale, degradandoli, dunque, al livello di meri illeciti amministrativi e, addirittura, provocando, per talune fattispecie, anche una vera e propria abolitio criminis. 

Il problema si è posto, invece, nel momento in cui una norma transitoria della Legge Finanziaria ha previsto che le nuove sanzioni amministrative –evidentemente più favorevoli- avrebbero dovuto trovare applicazione soltanto pro-futuro e che, dunque, i fatti commessi antecedentemente al giorno di entrata in vigore della legge, avrebbero dovuto trovare regolamentazione –e sanzione-, sulla base della normativa penale previgente (quella, per intenderci, in vigore al momento della commissione del fatto). Si trattava, in sostanza, di una vera e propria deroga ex lege al principio di non ultrattività il quale, invece, avrebbe richiesto l’applicazione, anche per i fatti commessi prima della sua entrata in vigore, della nuova formulazione, in quanto chiaramente più favorevole al reo. 

Venivano, dunque, sollevate dinnanzi alla Corte più questioni di legittimità costituzionale che avevano ad oggetto proprio quella norma che, a parere degli imputati e dello stesso giudice rimettente, determinava una deroga irragionevole ed arbitraria al già ricordato principio di non ultrattività. 

La Corte, con la sentenza ora in commento, ha dichiarato l’incostituzionalità della norma oggetto di indagine, seguendo un iter argomentativo che, lungi dal limitarsi a produrre i suoi effetti nel solo caso concreto, assume, invece, un pregio ed una valenza generali, contribuendo a delineare meglio l’ubi consistam del principio di non ultrattività e, soprattutto, le condizioni in presenza delle quali può dirsi ragionevole e consentita una sua eventuale deroga per via legislativa.

In sintesi la Corte, pur riconoscendo la mancanza di una espressa “copertura” costituzionale del principio, ha tuttavia precisato che la non ultrattività in materia penale trova una serie di ancoraggi di natura costituzionale (a partire dal principio di eguaglianza, di cui all’articolo 3 della Carta) in forza dei quali, se pure una deroga è astrattamente possibile, questa deve essere sorretta da una giustificazione chiara, ragionevole e convincente. Si può, insomma, con legge ordinaria, derogare a quanto previsto dall’articolo 2, comma 2 del Codice Penale ma, affinché tale deroga non si risolva in una lesione indiretta della Carta, occorre che esistano (e che vengano, dunque, esplicitati dal Legislatore) valori concorrenti e di eguale pregio, che rendano preferibile la non applicazione del principio al caso concreto. Diversamente, infatti, il rischio è quello cagionare una lesione del principio di uguaglianza che impone, in via generale, di applicare un identico trattamento sanzionatorio per i medesimi fatti, indipendentemente dalla data della loro commissione. Con la “violazione” del principio di non ultrattività, invece, si finisce per punire in modo differenziato le medesime condotte, a seconda che esse siano state tenute prima (trattamento più sfavorevole) o dopo (trattamento meno severo) l’entrata in vigore della legge. Ma la violazione del principio di non ultrattività finisce, peraltro, per provocare un’altra grave disfunzione della giustizia, in quanto crea le condizioni per cui il sistema continui a punire, con la sanzione penale, fatti che esso stesso ha cessato di considerare socialmente pericolosi, dunque penalmente rilevanti. 

Come, infatti, si può leggere testualmente nel corpo della sentenza, “per il principio di uguaglianza…la modifica mitigatrice della legge penale e, ancor di più, l’abolitio criminis, disposte dal legislatore in dipendenza di una mutata valutazione del disvalore del fatto tipico, devono riverberarsi anche a vantaggio di coloro che hanno posto in essere la condotta in un momento anteriore, salvo che, in senso opposto, ricorra una sufficiente ragione giustificativa”. La Corte, dunque, come detto, ammette in astratto la possibile derogabilità del principio, ma la circoscrive ai soli casi in cui esista la necessità di “preservare interessi contrapposti di analogo rilievo”. 

Quello di non ultrattività della legge penale, peraltro, è un principio che trova comunque consacrazione, oltre che nelle fonti di diritto interno, anche nelle tradizioni costituzionali comuni agli Stati membri dell’Unione Europea e nello stesso diritto internazionale (si rinvia, sul punto, all’articolo 15, primo comma, del Patto internazionale sui diritti civili e politici, adottato a New York il 16 dicembre 1966, ratificato e reso esecutivo con la legge numero 881 del 25 ottobre 1977. 

Entrando ad analizzare il caso concreto sulla base di queste premesse, la Corte, con la sentenza in commento, si è trovata a dover dichiarare l’incostituzionalità della norma oggetto di censura e lo ha fatto seguendo un iter argomentativo che si poggia, in sostanza, sui due seguenti motivi: 

· da una parte, la (pur astrattamente legittima) scelta legislativa volta a derogare espressamente al principio di non ultrattività non poggia, nel caso concreto, su alcun interesse di caratura costituzionale, in qualche modo paragonabile a quello che il cittadino vanterebbe a non vedersi sottoposto alle conseguenze penali di condotte ormai considerate come meri illeciti amministrativi o, addirittura, non più punite;

· dall’altra, inoltre, viene censurata anche la manifesta contraddittorietà di tale scelta con i dichiarati obiettivi della depenalizzazione, che dovrebbero sostanziarsi, tra l’altro, nell’esigenza di maggiore celerità di definizione dei procedimenti. E’ evidente, infatti, che la ricordata scelta legislativa ha determinato l’effetto del sorgere di nuovi procedimenti penali, per fatti che ormai l’ordinamento considera come non più caratterizzati da disvalore sociale. 

In verità, l’unico, debole tentativo, da parte del Legislatore, di giustificare la deroga al principio di non ultrattività si poggiava sul rilievo che le disposizioni oggetto di censura costituivano, come già ricordato, parte integrante di una legge finanziaria dello Stato che la Corte, in alcune precedenti pronunce (ex pluribus sentenze numero 80 del 1995 e numero 164 del 1974) aveva ritenuto autorizzata a violare il principio di non ultrattività, sulla base dell’”interesse primario dello Stato alla riscossione dei tributi”. Ebbene, nel caso in esame, a dispetto della collocazione formale della norma all’interno di una legge finanziaria, non è stata in alcun modo ravvisata, in concreto, l’esistenza di tale interesse, dal momento che le norme incriminatrici del gioco d’azzardo erano chiaramente finalizzate alla tutela dell’ordine pubblico e non operavano, certo, al fine di implementare le entrate patrimoniali dello Stato. 

(articolo tratto da "Il Diritto di tutti" - Giuffrè editore 2008)

 

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