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Politica
Speriamo in una nuova Napoli
di David Simone e Massimo Maraone
Gli ultimi fatti di cronaca ( emergenza rifiuti, criminalità minorile) che hanno riportato tristemente Napoli alla ribalta destano un sentimento di rassegnazione e di indignazione. Ancora una volta questa bellissima città si caratterizza agli occhi dell’Italia e del mondo ( gli articoli apparsi sulla stampa statunitense ne sono una controprova ) per le sue inefficienze e per la mancanza totale di senso civico. Ormai sono del tutto inutili i continui appelli che la classe dirigente rivolge a non si sa chi viste le immense colpe di cui è portatrice. Alle parole debbono d’ora in poi seguire i fatti altrimenti si rischia una perdita totale della credibilità non solo della politica ma delle istituzioni ai vari livelli. Sradicare una forma mentis che trova il suo fondamento nella cultura dell’arrangiarsi certamente non è un’impresa facile, ma continuare a non vedere che Napoli è ormai al capolinea significa non intercettare degli umori diffusissimi tra la gente. Napoli ha grandi risorse ambientali, umane che purtroppo non riescono ad essere valorizzate in un contesto sociale ed economico tra i più difficili in Italia ed in Europa.
Oggi Napoli e la Campania rappresentano la bocca del vulcano dal quale escono tutte le malattie e le imperfezioni del sistema paese: è qui che la spazzatura e i rifiuti tossici proventi da tutta l’Italia diventano business milionario per la camorra, è qui che la politica, come il resto del paese, è ingrovigliata in un pazzesco sistema clientelare, ma che non riesce più a distinguersi dal sistema di favori di tipo
camorristico, è qui che la microcriminalità non si limita più ad essere un fenomeno dettato dalla fame, ma si è organizzata in manovalanza per la malavita. La degenerazione di Napoli è l’antipasto del pranzo di gala nel quale sta affondando il paese tutto; fermare questa deriva partendo proprio da qui, dall’emergenza rifiuti, significa fare un estremo tentativo per risalire la china e restituirci una speranza. Ma la responsabilità primaria spetta alla politica ed ai vertici dell’economia regionale e nazionale: entrambi devono fare un bagno di umiltà e smettere di ammiccare la sistema camorristico per la tutela dei propri interessi, in una miope tutela del proprio particulare a scapito dell’interesse generale, e cioè del nostro futuro.
La speranza a questo punto ricade sui tanti giovani ( la Campania è la regione più giovane d’Europa ) che quotidianamente studiano, lavorano e si sacrificano affinché la cose possano cambiare nella loro città senza essere costretti ad emigrare al Nord o all’estero.
Rilanciare l'Europa
di David Simone
Oggi si festeggiano i 50 anni dalla ratifica dei Trattati di Roma con i quali nascevano la Comunità economica europea
(Cee) e la Comunità europea dell'energia atomica (Euratom). Dai sei Paesi fondatori si è
passati agli attuali 27. Già questo è un dato che dovrebbe far riflettere sull’importanza che i trattati di Roma hanno avuto nell’evoluzione storica dell’Europa.
L'istituzione dell'Unione europea ha consentito al nostro continente di
godere di 50 anni di pace e benessere. L'unione monetaria ha prodotto
benefici rilevanti al nostro Paese ed ha evitato tragiche crisi
economiche-finanziarie (vedi gli scandali Cirio, Parmalat, bond
argentini). Tutto ciò però non può bastare se alla base non c'è
un'unione politica che in questo frangente storico significa soprattutto
una politica estera comune. Il problema che si pone è quello di uniformare
la politica estera europea. Non basta avere un rappresentante comune della PESC (Politica estera e di sicurezza comune) che
si poggia sul metodo intergovernativo e cioè si basa su una logica di cooperazione tra i governi che finisce inevitabilmente per rallentare
i processi decisionali. Bisogna dare una spinta riformatrice e quindi fare in modo che si istituisca la figura del “Ministro degli esteri europeo” così come era previsto nella Costituzione europea. Soltanto parlando con un’unica voce l’Europa nel suo complesso diventerà credibile agli occhi degli altri partner mondiali. Non andare in questa direzione significa continuare a dare un’immagine di divisione politica e strategica così come è capitato nel periodo antecedente alla guerra in Iraq. Cogliere l’occasione di questi festeggiamenti per ridare smalto e credibilità a questa idea d’Europa, dopo le delusioni dei referendum in Francia ed Olanda, significa riavviare un processo che molti credevano ormai al capolinea.
24-03-2007
Più coraggio in politica estera
di Massimo Maraone
La questione dell’allargamento della base USA a Vicenza solleva diverse questioni, sia per il modo in cui l’esecutivo ha trattato l’intera vicenda, quindi nella forma, sia per la direzione della politica estera dell’attuale governo, quindi nella sostanza.
Il primo errore, di forma, abbastanza grossolano è stato compiuto da Romano Prodi nel momento in cui ha dichiarato che la questione era di “carattere urbanistico-territoriale”, relegando così una rilevante questione di politica estera, cioè i rapporti con un nostro alleato, ad un problema locale, risolvibile da una giunta comunale. Penso che un federalismo del genere, che permetterebbe agli enti locali di occuparsi di ogni materia e addirittura della politica estera, vada oltre ogni più rosea aspettativa dello stesso Umberto Bossi.
Un altro problema di forma si rileva in una successiva dichiarazione del Presidente del Consiglio, secondo la quale la decisione era stata presa dal precedente esecutivo e che lui “era all’oscuro di tutto”. In questo caso, ci verrebbe da dire che i cittadini di una determinata area del paese non possono essere obbligati a subire certe decisioni contro la loro volontà solo perché l’attuale premier non conosce problemi così rilevanti del paese che governa.
Passando alla sostanza, il problema principale riguarda la direzione che l’esecutivo intende dare alla politica estera del nostro paese. Questa maggioranza è stata votata dal suo elettorato non per sciogliere l’alleanza con gli Stati Uniti, ma neanche per continuare a seguire acriticamente ogni decisione presa a Washington. Se fosse stato negato il consenso all’allargamento della base, si sarebbe rispettata la volontà della maggioranza della popolazione dell’area e dell’elettorato, riducendo così l’insanabile frattura tra politica e società civile, ma si sarebbe inviato anche un segnale forte sia all’attuale amministrazione Bush che ad ogni futura amministrazione, cioè si sarebbe dimostrato di non condividere l’attuale corso della politica estera americana, e di preferire, soprattutto per il Medio Oriente, più spedizioni diplomatiche e meno spedizioni militari, che spesso partono proprio dalle basi situate sul nostro territorio.
La continuità in politica estera è un valore solo se si condividono pienamente le posizioni di chi ci ha preceduto. Ma se queste posizioni non sono condivise, come si è detto fino ad un giorno prima delle elezioni, la continuità diventa un disvalore e c’è l’immediato bisogno di un segnale di rottura con il passato che, ripetiamo, non significa rinnegare l’alleanza con gli USA, ma che non è soddisfatto dallo stentato e singhiozzato ritiro dall’Iraq.
Pur apprezzando alcune svolte apportate dal ministro D’Alema, e non condivise dai troppi
teodem, credo che il governo dovrebbe chiarire: a) come intende porsi nei confronti dell’amministrazione Bush per i prossimi due anni, soprattutto se davvero di dovesse arrivare ad un attacco all’Iran; b) che ruolo l’Italia avrà in futuro nella NATO, un’alleanza che non è più difensiva, in aperta violazione del trattato istitutivo, ma che è diventata un’organizzazione di aggressione e di controllo di aree sensibili, con una delle sue basi più importanti proprio a Napoli, e se il suo ruolo in questa organizzazione non violi l’Articolo 11 della Costituzione; c) che soluzioni ha in mente questo governo per il Medio Oriente (Palestina, Iraq, Iran).
Non so se tutto ciò è contenuto nel programma dell’Unione, ma so che la “discontinuità” in politica estera con il precedente governo è prevista e finora, a parte il timoroso ritiro dall’Iraq e qualche dichiarazione di D’Alema, è stata disattesa.
22-01-2007
Sì agli incentivi, no ai
disincentivi
di David Simone Le dichiarazioni rese ieri dal Presidente del Consiglio, sulla possibilità di rivedere la riforma delle pensioni approvata dal precedente governo, rassicurano. Bene ha fatto Prodi a sottolineare l’inutilità di introdurre dei disincentivi. Solo incentivi, quindi, per chi vorrà rimanere al lavoro più a lungo. Se il tema delle pensioni sarà (e sicuramente lo sarà) al centro dell’agenda politica del governo nei prossimi mesi, è bene che la maggioranza di centrosinistra avvii fin da ora un reale confronto con le parti sociali. I lavoratori non possono e non debbono pagare i costi di una riforma che dovrebbe innanzitutto eliminare il famoso “scalone” che consente, dal 1° gennaio 2008, di andare in pensione a 60 anni oppure con 35 anni di contributi. Interessante sarebbe anche approfondire la questione dei lavori usuranti in modo tale da permettere a coloro che svolgono questi lavori di poter uscire prima dal mercato del lavoro.
Necessario, quindi, come ha detto Prodi, sarà “adattare il sistema” ma consci che “l’Italia in questo campo è diventata un esempio”. Lo speriamo tutti, soprattutto i più giovani che non vorrebbero lavorare per un’intera vita senza aver poi la possibilità di poter percepire una pensione dignitosa. 04-01-2007
Quale riformismo
di Massimo Maraone Non ho le idee molto chiare sul significato della parola riformismo, e credo che lo stesso valga per il 90% della nostra classe politica, la quale non fa altro che riempirsi la bocca con la parola stessa, senza mai chiarirne il contenuto. E’ evidente che in epoca di crescente spettacolarizzazione della politica, la forma (la parola) ha maggiore importanza del contenuto (il significato).
Il buon senso detta che riformismo significhi semplicemente fare delle riforme, cioè cambiare in modo graduale, non rivoluzionario, lo stato esistente delle cose. Questa definizione, se accettata, apre due questioni: primo, i cittadini hanno il diritto di sapere quali riforme si intendono fare, e quindi in quale direzione andrebbe il graduale cambiamento dell’attuale stato di cose; secondo, come ha fatto notare Romano Prodi, facendo delle riforme non si possono accontentare tutti e ciò significa che, cambiando l’attuale stato delle cose, i gruppi sociali che attualmente fruiscono di determinati benefici in virtù delle mancate riforme, debbano accettare che la fruizione di questi venga allargata (o ceduta) ad altri gruppi sociali.
Una prima riflessione su quest’ultimo punto fa notare quanto sia vana la lotta per le riforme: se, per esempio, si decidesse di ridurre i costi della politica (stipendi, auto blu, consulenze,
esternalizzazioni, società partecipate, favoritismi, conflitti di interesse, ecc.) ci troveremmo di fronte al corpo politico che, in pieno conflitto di interessi, giudica sul da farsi per ridurre i costi di gestione del proprio potere. E’ evidente che il gruppo sociale costituito dalla politica farà di tutto per non ridurre o cedere ad altri gruppi sociali i benefici dei quali ora gode e che ne permettono la sopravvivenza politica.
Venendo alla prima questione, cioè al contenuto delle riforme, sarebbe interessante sapere se per esempio si intende riformare il mondo del lavoro, dando speranza e dignità all’esercito di precari che traina l’economia italiana o mettendo fine alla mattanza che ogni giorno uccide più di tre lavoratori in fabbrica o sui cantieri; oppure se si intende riformare lo stato sociale inserendo sussidi di disoccupazione che alleggeriscano i problemi imposi dalla precarietà, aumentando le pensioni o istituendo un sistema nazionale per l’assistenza dei non auto-sufficienti, sul modello della spagnola “Ley de dependencia”. E magari sapere se le risorse per questi provvedimenti “riformisti” le si voglia recuperare combattendo l’abnorme evasione fiscale, aumentando la pressione fiscale per certe categorie di reddito o riducendo le spese militari. Per quanto riguarda le liberalizzazioni, infine, sarebbe lecito sapere se si intende eliminare rendite precostituite che rendono troppo elevato il costo di determinati beni e servizi, o se si intende procedere sulla scia delle privatizzazioni (e non liberalizzazioni) degli anni novanta, le quali non hanno ridotto i costi per i cittadini o migliorato i servizi, ma semplicemente trasferito le rendite da un gruppo sociale all’altro. 09-01-2007
Recuperare il
consenso perso
di David Simone
Ieri la Finanziaria 2007
ha ottenuto la fiducia al Senato (162 sì e 157 no) e adesso torna alla
Camera per un secondo passaggio. Dopo le fosche previsioni del
centrodestra che annunciavano la fine del governo Prodi, il
centrosinistra ha dato prova di saper superare anche una prova difficile
come quella dell’approvazione della finanziaria. Adesso, però, la
tanto annunciata “fase due” deve prendere corpo con una serie
di misure riformatrici quali possono essere quelle della Pubblica
amministrazione e del mercato del lavoro che sono parte integrante del
programma dell’Unione. Se queste riforme strutturali non saranno
attuate l’emorragia di consensi che tutti i sondaggi denunciano
provocherà un forte malcontento, che già serpeggia, all’interno
dell’elettorato progressista. Gli stessi Ds debbono decidere se andare
avanti lungo il percorso che li porterà ad essere elemento costitutivo
del nuovo Partito Democratico oppure arrestare tale processo. Nel
partito ci sono anche alcuni scettici (Angius, Brutti, Caldarola) che
ritengono sbagliate le modalità con le quali si sta costruendo il Pd. A
questi esponenti di rilievo del partito ed anche a tutti quelli che si
rispecchiano nella mozione Mussi, i vertici diessini debbono dare una
risposta credibile e convincente in modo da evitare una scissione che
sarebbe disastrosa per l’assetto politico dell’intero
centrosinistra. Recuperare il consenso perso è possibile, bisogna
tuttavia realmente cambiare passo e creare una maggiore coesione
all’interno della coalizione oltre che migliorare la comunicazione che
ha lasciato molto a desiderare.
La prova di ieri al Senato è certamente un buon segnale in tal senso,
speriamo che il rafforzamento politico del Professore regga anche alle
successive prove che il governo sarà costretto ad affrontare.
16-12-2006
Una diplomazia multilaterale
di David Simone
La scelta di tenere a Roma il summit sulla crisi Israele-Hezbollah certifica in modo inequivocabile un successo della diplomazia italiana. Anche se da pochi mesi al governo del Paese, il centrosinistra ha saputo modificare la politica estera italiana mantenendo comunque una linea basata sull’atlantismo e sull’europeismo, che da sempre caratterizzano la politica internazionale del nostro paese. Il Ministro degli Esteri Massimo D’Alema ha sottolineato l’importanza strategica dell’Italia in una zona a forte instabilità, come è il Medio Oriente, ed è riuscito a ricucire i rapporti con l’amministrazione americana dopo la decisione di ritirare le nostre truppe dall’Iraq.
L’escalation militare in Libano può provocare danni irreparabili alla stabilità di quell’area se un cessate il fuoco non verrà annunciato al più presto. Israele ha certamente il diritto-dovere di difendersi dagli attacchi terroristici di Hezbollah (che viene finanziato in modo palese dalla Siria e dall’Iran) ma non deve eccedere nell’uso della forza. Certamente 1200 missili in pochi giorni lanciati su Israele non rappresentano poca cosa ed è per questo che una parte della sinistra farebbe bene a riflettere e a modificare un atteggiamento che sembra talvolta pregiudiziale nei confronti degli israeliani. Credo che la proposta di inviare una forza europea a guida francese nella zona di confine tra Libano ed Israele debba essere valutata positivamente in un quadro che preveda anche l’applicazione della risoluzione 1559 che ha stabilito che non ci debbano essere milizie armate in Libano. Solo adottando queste misure, politiche e non, la regione potrà pacificarsi.
25-07-2006
La fine di Al Zarqawi
di David Simone
L’uccisione del tagliatore di teste Al Zarqawi rappresenta certamente un obiettivo importante nella guerra al terrorismo che le forze della Coalizione dei volenterosi stanno combattendo in Iraq ed in tante altre zone del mondo. Il Presidente George W. Bush ha tuttavia ribadito che la guerra al terrorismo non finisce con la morte del numero uno di Al Qaeda in Iraq e che il popolo americano dovrà ancora sopportare tante sofferenze prima di vedere la propria nazione prevalere sui terroristi. Credo che risultati come la morte di Al Zarqawi non possano che rallegrare tutti coloro che credono nella libertà e nella democrazia ma ciò non deve distoglierci da un altro grave problema che affligge le forze occidentali presenti in Iraq: la exit
strategy. Gli Usa devono convincersi della bontà di un approccio multilaterale ai problemi internazionali ed è in quest’ottica che debbono rivedere la propria missione militare. La presenza delle forze militari americane in Iraq non potrà essere ad
aeternum, e programmare una data entro la quale riportare a casa i propri boys sarebbe necessario oltre che doveroso. In questo contesto ritengo che un forte impegno nel lavoro di peace-enforcement da parte dei tanti paesi amici dell’America velocizzerebbe la stabilizzazione dell’Iraq e più in generale del
Medioriente.
30-06-2006
Non perdiamo questa occasione
di David Simone
Le elezioni comunali di Napoli di domenica prossima rivestono un’importanza primaria per il futuro della nostra città. Per la prima volta Napoli avrà l’opportunità di lavorare in sinergia con amministrazioni locali (Regione e Provincia) e governo centrale dello stesso colore politico. Non bisogna perdere tale chance. L’amministrazione Iervolino ha messo in cantiere molti progetti e altrettanti sono stati completati con ripercussioni positive sulla crescita e lo sviluppo della città. Tuttavia non siamo certo ciechi ai vari malumori che si sono levati soprattutto nella più produttiva ed attiva della città. Bene, quindi, ha fatto la Iervolino a rispondere a queste critiche con i forum di ascolto che andrebbero, con modalità da definire successivamente, istituiti in modo permanente per non perdere mai di vista le vere esigenze dei cittadini. Speriamo e confidiamo nella maturità politica e democratica dei napoletani che sapranno cogliere al volo un’occasione che difficilmente potrà ripetersi a breve.
23-05-2006
Un Governo forte
di David Simone
Dopo aver presentato la lista dei ministri del
proprio governo, Romano Prodi deve guardare avanti in modo da mettere in
cantiere al più presto quei provvedimenti (soprattutto riguardanti il
mercato del lavoro) che nel corso della campagna elettorale aveva
promesso. La formazione del nuovo governo Prodi ha visto momenti di
travaglio e anche di accese discussioni che però adesso devono essere
superate. Rivedere la legge 30, riformare la giustizia (con l'abolizione
delle c.d. leggi vergogna), dare all'Italia dignità sulla scena
internazionale, sono solo alcune delle sfide che attendono il nuovo
governo. Nonostante l'esiguità dei numeri al Senato, la nuova
maggioranza ha il diritto ed il dovere di governare questo Paese.
Speriamo, quindi, che la presenza di innumerevoli esponenti di spicco
all'interno del governo siano in grado di dare quella svolta che
tantissimi italiani attendono ormai da troppo tempo.
17-05-2006
L'Italia va avanti
di David Simone
La vittoria dell’Unione e di Romano Prodi alle elezioni politiche del 9 e 10 aprile
sono un fatto inequivocabile. Purtroppo la destra ed il suo leader stanno cercando di delegittimare tale risultato ed addirittura lo mettono in discussione. Ebbene è stata proprio la legge elettorale voluta da Berlusconi a consentire che vi fosse una vittoria al Senato pur senza avere la maggioranza dei voti. Ed è stato il
porcellum ad introdurre il c.d. premio di maggioranza che permette ad una coalizione di accaparrarsi 340 deputati avendo anche soltanto un voto in più rispetto alla coalizione avversaria. Silvio Berlusconi deve far
mea culpa in quanto egli stesso è stato vittima della nuova legge elettorale che così fortemente aveva voluto.
Il centrosinistra ha vinto e come ha detto Prodi, le vittorie più belle sono quelle più sofferte. Adesso si tratta di governare e di imprimere un radicale cambiamento affinché il Paese possa risollevarsi dopo cinque anni disastrosi per l’economia, per la sanità, per la scuola e soprattutto per l’immagine che il nostro Paese ha dato all’estero.
La formazione del prossimo governo sarà un passaggio importante, infatti, una politica di ampio respiro ha bisogno di uomini e donne di alto
profilo che possano lasciare effettivamente un segno tangibile nella
modernizzazione di cui l’Italia ha tanto bisogno. Confidiamo che tali scelte saranno prese tenendo conto non solo del peso elettorale che ogni partito rivendica (come è giusto che sia), ma anche delle competenze che un governo al proprio interno necessariamente deve avere.
12-04-2006
Gentili visitatrici e visitatori,
sono lieto di annunciarvi che il sito www.vincenzosiniscalchi.it,
grazie all’On. Vincenzo Siniscalchi è diventato una vera e propria rivista on-line che si occuperà di politica, attualità, diritto, cultura e sport. Ho ricevuto mandato dal nostro editore, On. Vincenzo Siniscalchi, di dirigere la rivista on-line che si avvarrà del suo sito, già consolidato strumento di comunicazione con i nostri visitatori che lo hanno inteso sempre più come un periodico di informazione e di approfondimento politico e culturale. L’idea della rivista è nata, infatti, proprio dall’accrescimento delle domande dei visitatori, che hanno fatto sì che il sito diventasse sempre più un momento di interscambio culturale e politico, di idee e pensieri.
Con la speranza che la nostra linea editoriale sia di vostro gradimento, vi invitiamo a visitare le nostre edizioni settimanali.
5 aprile 2006
IL DIRETTORE RESPONSABILE
Gualfardo Montanari
La svolta del 9 aprile
di Raffaele Sibilio
Il voto del 9 Aprile è prossimo! La campagna elettorale sta assumendo toni sempre più aspri e incivili, da un lato il Presidente del Consiglio continua ad alimentare provocazioni, inventandosi le più disparate battute su i suoi avversari, apostrofandoli con i termini più dispregiativi che gli vengono in mente a secondo del suo humour; dall’altro lato c’è la maggioranza del paese che di battute ed impropri non sa che farsene e non vede l’ora di liberarsi da un giocoliere di circo equestre. Ricorderemo questa campagna elettorale come una delle peggiori della nostra storia repubblicana; in nessuna legislatura, infatti, si era verificato che rappresentanti autorevoli del governo in carica, si preoccupassero più di assecondare epiteti disdicevoli( vedi i casi più eclatanti Berlusconi, Calderoli e Giovanardi) che della comunicazione del proprio operato. Un operato che è stato a dir poco disastroso, basti pensare alla sciagurata approvazione delle tantissime leggi ad personam, accompagnate da una serie di provvedimenti legislativi che hanno inaugurato la generazione del precariato a vita, soprattutto nelle fasce più giovani, e dei “milleuristi”. Per non parlare della legge, più famosa come “porcellum”, così tanto bene soprannominata da un ex Ministro del Governo, che ha di fatto eliminato l’unica possibilità per i cittadini di scegliere i propri rappresentanti, e cioè quella di esprimere il proprio voto indicando con la preferenza il candidato ideale, riducendoli quindi a delle mere cavie dei partiti. Occorre, quindi, un cambiamento di rotta radicale, che riesca a sollevare le sorti del paese da una crisi profonda in cui versa da un decennio a questa parte e che ha generato un malcontento diffuso. La maggioranza degli italiani che alle scorse elezioni politiche del 2001 diede fiducia al Cavaliere, credo e spero che abbia capito la lezione sulla
captatio benevolentia.
06-04-2006
Il rispetto degli italiani
di David Simone
L’arroganza e la prepotenza del signor Silvio Berlusconi stanno alimentando, in questi ultimi giorni di campagna elettorale, un clima teso ed aspro nel Paese. L’Italia, il nostro Paese, sta dando all’estero una immagine di sé a dir poco umiliante. Il Presidente del Consiglio è riuscito ad imporre un dibattito politico caratterizzato da elementi di rozzezza culturale e mancanza di senso istituzionale che gli sono propri. Bene ha fatto Romano Prodi a rifiutare qualsiasi confronto televisivo a Mediaste evidenziando in questo modo la faziosità che quotidianamente regna sulle reti del
Biscione. Viviamo ormai in una situazione insostenibile, dove il Premier arriva addirittura ad insultare la maggioranza degli elettori definendoli “coglioni”. Vedremo se lunedì prossimo avrà un minimo, e sottolineo minimo, rispetto della volontà dei cittadini italiani. L’Italia è un grande Paese, un Paese libero e democratico. Non è una delle tante aziende del signor Berlusconi. Noi, il responso elettorale lo rispetteremo in qualsiasi caso, senza lasciar intravedere lo spauracchio dei brogli elettorali. Per questo e per tanti altri motivi speriamo che
domani sia finalmente un altro giorno.
06-04-2006
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