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Siniscalchi: «I miei quattro anni al Csm tra indagini e incompatibilità»

 

NAPOLI - Vincenzo Siniscalchi, penalista, parlamentare per dodici anni, gli ultimi quattro trascorsi nelle stanze di Palazzo de’ Marescialli da consigliere laico del Csm...
«No».
Come no?
«Non mi chiami laico».
Guardi che i membri eletti dal Parlamento si chiamano «laici», non lo sapeva?
«Io sono un diversamente togato».
Che fa, scherza?
«No, ma la toga la indossano anche gli avvocati e i professori universitari. E a me ’sta storia che i magistrati si debbano chiamare togati proprio non mi va giù. Manco fossero di un altro livello».
Con queste premesse saranno stati quattro anni...
«Bellissimi. L’importante è mettere le cose in chiaro, il resto è un’esperienza fantastica».
Addirittura.
«Certo. Entri nel governo della magistratura. E ne scopri le logiche, gli schieramenti, le vere ragioni che si nascondono dietro le scelte. Come quella volta che...».
Ci sono storie che, per essere raccontate, hanno bisogno di decantare. Ci sono segreti che, per essere svelati, hanno bisogno di tempo. Ci sono retroscena che, per essere rivelati, hanno bisogno della tranquillità di un edificio silenzioso nel cuore della Chiaja d’un tempo. Palazzo Fernandes, via Carducci, martedì scorso, le cinque del pomeriggio. Vincenzo Siniscalchi siede tenendo in mano un bicchiere di the freddo alla pesca. Dietro di lui, una fila di testi giuridici Guida al diritto scrupolosamente ordinati per anno di pubblicazione, il quadro di un Vesuvio che erutta, un altro con su scritto Vedi Napoli e poi muori (ma con tanto di corni sotto), una rubrica telefonica con ancora incollato un vecchio adesivo dell’Ulivo e una bandiera del Canada. Davanti, due ore di ricordi, battute, aneddoti, retroscena. Il racconto di quattro anni vissuti al Consiglio superiore della magistratura.
Bellissimi ma turbolenti. Perché s’era dimesso?
«Il ministro della Giustizia parlò di programma spartitorio sulle nomine, e io presiedevo la commissione che conferiva gli incarichi. Che facevo, restavo lì mentre mi accusavano di lottizzare?».
Dica la verità, davvero le spartizioni non esistono?
«Ci sono eccome, ma solo nelle nomine a pacchetto, quelle dove si vota un blocco di dieci o dodici magistrati».
Il resto invece fila a meraviglia?
«Le criticità esistono, ma non sono quelle sollevate dalla polemica politica contro il Csm. Sono, piuttosto, espressione di riflessi corporativi della magistratura».
Un esempio...
«I magistrati fuori ruolo, che sono tantissimi anche a Napoli. Il presidente del tribunale Carlo Alemi cerca di bloccare questo fenomeno, ma i suoi pareri negativi vengono puntualmente superati da accordi al Csm. E poi si lamentano che gli organici sono scoperti. Le toghe devono adottare un self-restraint. E questo non è l’unico caso».
Gli altri?
«Ad esempio l’enorme serie di incompatibilità che ho accertato a Napoli. Ci sono mogli, mariti, fratelli e sorelle di magistrati che fanno gli avvocati. Certo, devono esercitare in settori separati tra civile e penale, ma questo limite è sufficiente?».
Ecco, a proposito di limiti. Qualcuno forse i magistrati l’hanno superato. Come ha vissuto gli scontri tra pm in Campania l’uomo che governava le toghe?
«Devo premettere che la qualità dei magistrati è ottima. Ricordo nomine di persone eccezionali. E quattro momenti caldi: il caso dell’ex ministro Clemente Mastella, lo scontro tra la Procura di Salerno e quella di Catanzaro, lo strappo tra il procuratore di Napoli e i suoi pm, le interviste di Vincenzo Galgano».
Iniziamo dall’inchiesta sull’ex Guardasigilli.
«L’intera vicenda in sé è stata pietosa per la magistratura. Il procuratore Mariano Maffei non ha avuto capacità di controllo, gli è sfuggita dalle mani la gestione dell’inchiesta. E in una Procura spaccata occorreva un vertice che desse risposte forti».
Avete mandato Corrado Lembo...
«Persona perbene e magistrato di grande equilibrio. Io però votai per Franco Roberti».
E fu messo in minoranza. Sbagliò?
«La nomina di Roberti fu affossata da Magistratura democratica. Rimasi molto sorpreso, mandarlo lì sarebbe stata la naturale prosecuzione del suo lavoro sul fronte anticamorra».
Vede allora che le correnti pesano?
«Quella della non nomina di Roberti obiettivamente non è stata una dinamica normale».
Però Lembo...
«È un procuratore eccellente. Forse era meglio invertirli: Roberti a Santa Maria Capua Vetere, Lembo a Salerno».
Salerno, il secondo caso campano dei suoi anni al Csm. Che idea s’è fatto?
«Ho partecipato all’istruttoria in prima commissione. Ci fu un’oggettiva anomalia di condotte, ma oggi devo dire che la decisione di proporre il trasferimento del procuratore di Salerno Luigi Apicella e del Pg di Catanzaro Enzo Iannelli fu troppo pesante. Lo stesso errore commesso poi con Luigi De Magistris».
Pentito anche della posizione assunta in quel caso?
«Era chiaro che c’era una questione relativa a un eccesso di esternazioni da parte di quel pm. Ma il Csm l’ha di fatto costretto a lasciare la magistratura».
Cosa doveva fare?
«Cosa non doveva fare, piuttosto. Invece di limitarsi a censurare l’atteggiamento del magistrato, è entrato nel merito della condotta processuale. L’ho sempre detto, attenti all’accetta disciplinare: intervenire su inchieste in corso, anche le più discutibili, rischia sempre di apparire come un tentativo di condizionarle».
Ha fatto bene De Magistris a candidarsi?
«No, è una cosa sbagliata. Così come è sbagliato che il pm che indaga sul presidente della Regione Puglia poi scenda in campo contro di lui. La legge però glielo consente, e in dodici anni non ho mai visto nessuno proporre una norma per impedire che ciò accada».
Il Csm è intervenuto anche sul caso Napoli. Che clima si respirava in quei giorni?
«Il presidente delòla Repubblica Giorgio Napolitano era molto turbato delle fibrillazioni interne all'ufficio partenopeo».
Lei ha dato torto al procuratore Giovandomenico Lepore nello scontro con i due pm titolari dell’inchiesta sui rifiuti, Giuseppe Noviello e Paolo Sirleo. È ancora convinto di quella scelta?
«La decisione di procedere separatamente per il prefetto di Napoli Alessandro Pansa e il capo della Protezione civile Guido Bertolaso fu una revoca dell’inchiesta, non uno stralcio. E comunque, per dirla tutta, io Lepore l’ho difeso».
Se questa si chiama difesa...
«Sono riuscito a evitare che la delibera che gli dava torto fosse inserita nel suo fascicolo personale. Quella che era iniziata come una questione tecnica avrebbe potuto comportare problemi per il procuratore».
Se era una questione semplicemente tecnica, perché tanto clamore?
«I sostituti erano preoccupati che ci fosse un secondo fine di natura politica»
Be’, dall’altro lato erano preoccupati per altro. Il pg Vincenzo Galgano parlò di «pm che perseguono interessi personali»...
«Vincenzo Galgano è un grande magistrato e un galantuomo, ma eccede nei toni. E quella volta sbagliò. Le sue interviste al Corriere del Mezzogiorno non mi sono piaciute».
Anche Paolo Mancuso per la verità difese Lepore. Disse che c’era qualcuno «in cerca di visibilità». Era possibile sospettare secondi fini anche dal magistrato che indagò su Silvio Berlusconi?
«Queste cose sono accadute tutte all’interno di un contenitore che si chiama inchiesta sui rifiuti. Quei pm venivano criticati per l’inchiesta su Antonio Bassolino, perché incidevano sul tessuto di governo della quotidianità campana».
Il suo studio ha assistito in quel processo Fibe e Fisia?
«Sì».
Come giudica da avvocato il lavoro dei due pm?
«Ho sempre ritenuto molto corretto l’operato di Giuseppe Noviello e Paolo Sirleo»
E le contestazioni nei loro confronti?
«Abbiamo verificato, ma non c’era nulla».
Dice che aveva ragione quella parte di Procura che si schierò con i due magistrati?
«Lepore e Mancuso sono due persone perbene, due grandi magistrati. Rispetto le loro perplessità, i loro giudizi. Ma è un dato oggettivo che i due pm abbiano avuto problemi prima, durante e dopo quest’indagine».
A sentirla tutti i magistrati sono ottimi ma...
«Mi creda, la buona fede di tutti è scontata. Però...».
Però?
«Però quando una persona così importante come Mancuso fa una critica a quei pm, il risultato oggettivo va oltre le sue stesse intenzioni. E viene percepito come un segnale negativo per quei magistrati, un isolamento di fatto».
Quello scontro ha diviso anche Magistratura democratica: se Paolo Mancuso ha difeso il procuratore di Napoli, Giuseppe Narducci s’è schierato con i pm...
«Narducci è un ottimo magistrato. Come Aldo Policastro. Penso abbia fatto bene».
Fosse magistrato sarebbe dei loro?
«No, chiederei a tutti di abbassare i toni. L’avversario sta dall’altra parte».
La fa facile.
«Divisi non si va da nessuna parte. È come in politica, il riscontro è elettorale: il cartello progressista prima aveva al Csm Ernesto Aghina e Francesco Menditto, ora non è stato in grado di far eleggere neppure un consigliere».
E l’ex consigliere diversamente togato Vincenzo Siniscalchi che farà ora che l'avventura è finita?
«Riprenderò a fare l’avvocato. E posso tornare con più libertà nel dibattito politico».
Nicola Oddati o Umberto Ranieri, chi vota alle primarie?
«Ranieri forse ha una maggiore storia amministrativa, ma francamente spero di poter scegliere tra molti altri nomi».
Questi non le piacciono?
«Ci sono state troppe diserzioni, anche da parte della società civile. E la città ne soffre. È vero, Napoli è ferma». Siamo condannati all’immobilismo? «Questa è un’altra intervista...»


 

Vincenzo Siniscalchi: Lettera aperta ai componenti del CSM

 

Signor Vice – Presidente,
Colleghi
rispetto la decisione del Presidente di demandare al nuovo Consiglio la discussione sulla compromissione del prestigio e del decoro della Magistratura conseguente ad inopportune contiguità di magistrati con “cricche” di trafficanti smascherate da provvide inchieste giudiziarie in corso. 
Il rispetto della decisione di rinviare il dibattito non può, comunque, rappresentare per nessuno una sorta di riduzione al silenzio su fatti che, se nel loro profilo di responsabilità penale sono di competenza degli inquirenti, nei loro profili etici, deontologici e sociali impongono, per la parte che mi riguarda, una assunzione di responsabilità almeno nella forma di una franca e leale riflessione che rimanga agli atti e contribuisca al futuro evolversi del dibattito sulla “questione morale” tema, in queste ore, di indiscutibile importanza.
Il punto di partenza della riflessione (senza se e senza ma) è la condanna di ogni compiacente e/o compiaciuta contiguità di magistrati con trafficanti, mestatori di ogni risma, organizzatori di trame servili per conto di poteri occulti o reali, che hanno un solo scopo nelle loro condotte: inquinare le istituzioni repubblicane.
Sulla questione già emergono sorprendenti tesi “giustificazioniste” sotto forma di rappresentazioni delle varie “cricche” come di consorterie di “sfigati”millantatori, venditori di fumo, che avrebbero teso perfide “trappole” ai loro ingenui conoscenti e amici di rango, oggi in fuga disordinata e ridicola dalle loro responsabilità.
Purtroppo la “rete” non ha mai registrato prese di distanza tempestive da parte dei chiamati in causa. Anzi, alcuni erano divenuti il fiore all’occhiello dei registi della “lobby” nei loro convegni di inesistente spessore scientifico-giuridico ma diretti solo a mettere in bella mostra personalità dell’ordine giudiziario da utilizzare per interventi su decisioni giurisdizionali, amministrative e costituzionali.
I fatti sono noti e non occorre indugiare più a lungo sul punto centrale che emerge e che chiama in causa responsabilità etiche che si assumono allorché si indulge a un certo tipo di rapporti e, in qualche caso, addirittura quei rapporti si vuole utilizzare per le proprie personali promozioni o per conseguimento incarichi come si legge in questi giorni anche tra le righe del più sgangherato  “vernacoliere”. 
Io non so se sarà necessario procedere alla fissazione di regole chiare destinate a reprimere questi ricorrenti comportamenti. Certo è che non può passare sotto silenzio l’effetto devastante che tali fatti hanno sul prestigio e sul decoro della magistratura. E non è giusto che colpe di pochi ricadano sull’ordine giudiziario, nella stragrande maggioranza ricco di eccezionali risorse etiche ed intellettuali che consentono di evitare ogni confusione di ruoli, e che nell’autogoverno realizza la  pienezza della sua funzione costituzionale. 

Sotto questo aspetto desidero sottolineare come la comoda invettiva spesa a dritta e a manca da molti politici contro il “correntismo” finisca per rivelarsi una sorta di evidente alibi per chi, poi, in maniera ben più preoccupante, ricorre alle pressioni alle intrusioni, alle “segnalazioni” provenienti dall’esterno, non importa se da poteri reali, deviati o “fasulli”. 
E’ il magistrato che deve saper separare la sua immagine da ogni equivoca partecipazione ad “agapi fraterne” che hanno come obiettivo la diffusione della idea che la soggezione del potere giudiziario è sempre possibile e che esiste un collante “gelatinoso” di tipo affaristico che può divenire potere alternativo vero e proprio. Penso alle deprimenti (quando non aggressive) critiche che sono state fatte nei confronti di componenti della magistratura associata additata alla pubblica esecrazione (addirittura affidata alle “cure” dei servizi segreti) solo perché colpevole della promozione culturale di una idea di giustizia legata ai problemi della società italiana e dello stato di diritto. Mi chiedo come si possa 
non vedere la distorsione morale che è nella mente di chi denuncia i pericoli di un libero dibattito giudiziario e si fa, al contrario, strumento ( inconsapevole o meno non importa ) delle deviazioni tipiche di una scelta complottistica che ha un solo obiettivo:subordinare l’ordine giudiziario a poteri altri, mortificare la autonomia e la indipendenza dei giudici. Va fatta, in qualche modo, chiarezza! Lo spero ardentemente perché rispetto l’istituzione. Una riflessione serena e attenta merita anche lo stato dei rapporti dell’Ordine giudiziario con la politica nelle sue più vaste accezioni ( dal Governo al Parlamento, ai partiti ). La esperienza di questi quattro anni di consiliatura mi porta a concludere che va rivisto radicalmente il problema dei c.d. “fuori ruolo” e quello degli “incarichi extragiudiziari” per realizzare un sistema più rigoroso, che conferisca maggior chiarezza in questa materia e renda più netta la indipendenza dei giudici dal potere politico. So bene che la chiamata di magistrati in organismi internazionali, in ministeri,in sottosegretariati, in Autorità indipendenti, alla Corte Costituzionale, all’estero, in organismi amministrativi, nelle Commissioni Parlamentari etc. rappresenta una ricchezza per le istituzioni con il recupero pieno degli utili contributi di conoscenza tecnica dei giudici.
Penso tuttavia che sia auspicabile una maggiore autonomia decisionale del CSM rispetto alla richiesta degli organismi governativi, parlamentari ed amministrativi. 
La richiesta dell’Autorità politica consegue ad un preventivo accordo dell’autorità politica stessa con il magistrato. La scelta si presenta pertanto come esclusivamente politica, è priva di motivazione specifica e, nella gran parte dei casi, viene seguita dal CSM anche se vi sono pareri negativi ( per motivate ragioni organizzative) dei Capi degli Uffici di appartenenza del magistrato scelto dalla autorità politica. 
E’ evidente la criticità che queste designazioni “ad personam” presentano in rapporto ad una sostanziale esclusione di ogni interlocuzione del CSM nel merito delle scelte sia pure nella forma, che io auspico, di un possibile interpello rivolto non solo ai fortunati prescelti ma ad una platea più ampia.
E’ un problema che può essere affrontato con una normativa secondaria più precisa che provveda anzitutto a contenere il numero (a mio avviso eccessivo) dei “fuori ruolo”e che almeno spieghi le motivazioni che inducono alla scelta ad “personam”. Ne guadagnerebbe la trasparenza. 
Tante altre riflessioni andrebbero fatte su questa come su altre questioni, e certamente verranno fatte dal nuovo CSM in una auspicabile linea di continuità con le pur numerose e positive decisioni che sono state adottate nella consiliatura che termina, specialmente sotto l’aspetto della organizzazione.
Per concludere, consentitemi una nota sentimentale.
Il 19 luglio, in coincidenza con l’anniversario dell’eccidio di Via D’Amelio, ho partecipato all’interpello per la scelta della sede da parte dei magistrati vincitori di concorso che hanno completato il tirocinio.
E’ stato bello leggere negli occhi di questi giovani giudici l’orgoglio e la gioia per essere entrati nell’ordine giudiziario. E’a loro che deve essere garantita la forza dei valori limpidi ed alti che la Costituzione affida alla funzione della magistratura. 
Un saluto cordiale

Vincenzo M. Siniscalchi


 

Intervento alla inaugurazione dell’ Anno Giudiziario. Corte d’Appello di Lecce
30 Gennaio 2010

 

L’ intervento del Consiglio Superiore della Magistratura alla inaugurazione dell’Anno Giudiziario non ha solo valore della partecipazione istituzionale ad un così importante momento di verifica dello stato della Giustizia nei distretti della Corte d’Appello della Repubblica.
Esso costituisce al tempo stesso un atto di assunzione di responsabilità e di verifica delle complesse attività che il Consiglio svolge nello sviluppo della sua azione. Questo bilancio è contenuto, come ogni anno, nella relazione che consegnerò al Presidente dopo questo rapido intervento di commento intorno ai principi fondamentali che ispirano l’agire del C.S.M.
L’analisi di questo lavoro del C.S.M., condotta con assoluta obiettività ed al di fuori di ogni logica corporativa o di casta ( l’una e l’altra, peraltro ingiustamente enfatizzate per artificiosi motivi di polemica politica) meriterebbe una attenzione maggiore da parte di tutti coloro ai quali è demandato il compito di legiferare in tema di Giustizia.
Da troppi anni il discorso sui temi della crisi della giustizia, del ruolo del C.S.M., dello stesso delicatissimo lavoro dei giudici nell’esercizio del doveroso controllo di legalità senza distinzione di sorta e nel rispetto del fondamentale principio fissato dall’art. 3 della Costituzione, vengono sottoposti a valutazioni esagitate, a strumentalizzazioni che nuociono soprattutto alla possibile e necessaria ricomposizione di un quadro normale di rapporti tra istituzioni che pur dovrebbero ispirarsi a principi di leale collaborazione: Ed è l’auspicio che formula ripetutamente il Capo dello Stato, Presidente del C.S.M.
I temi fondamentali della tutela e della promozione della indipendenza “esterna” ed “interna” dei magistrati, della garanzia del loro pluralismo culturale hanno una responsabile centralità in tutta questa corposa relazione e si ritrova nelle delibere, nei pareri, nelle proposte, nelle risoluzioni, nelle circolari che le nove commissioni referenti portano al dibattito ed al voto delle sedute plenarie in una attività che, con quella separata ed autonoma della sezione disciplinare, possiamo dire che non conosce soste.
E’ inevitabile che in alcune attività del Consiglio il rispetto del fondamentale valore dell’indipendenza della magistratura tenda ad assumere i toni di una netta presa di distanza da ogni forma di condizionamento del magistrato o, peggio, di mortificazione dell’esercizio delle sue funzioni giurisdizionali. Sotto questo profilo il Consiglio, aderendo anche alla “moral suasion” messa in campo dal Capo dello Stato ha ristretto l’ambito delle “pratiche a tutela” ne ha meglio definito la ragione d’essere, ma ha ribadito il proprio dovere, di respingere ogni forma di avventata compressione dell’autonomia della giurisdizione, condizione primaria per l’esercizio di una attività giudiziaria.
E’ anche su questo terreno che si confronta il principio della separazione dei poteri e quello della sottoposizione del giudice soltanto alla legge. 
Non si può e non si deve ritenere che questi siano principi “flessibili” sicché si possa pervenire a forme di contenimento. Sono, al contrario regole enunciate nella prima parte della Costituzione.
Lo stesso discorso vale anche per i “pareri” che il Consiglio emette, anche senza richiesta, sui disegni di legge o sui decreti legge che hanno attinenza alla materia della giurisdizione, alle ricadute che una legge può avere, in senso negativo, sulla organizzazione del processo, sullo sviluppo del lavoro dei giudici. E’ davvero sorprendente che questo doveroso intervento di collaborazione al migliore risultato della legislazione procuri al Consiglio l’accusa di volere atteggiarsi a terza Camera. 

Ancora una volta sul tema dei “pareri” su atti legislativi vogliamo ribadire che si tratta di una doverosa attività di interlocuzione critica, che tende a evitare ricadute devastanti per l’ordinamento. 
E’ una diretta emanazione della responsabilità di organizzazione della attività giudiziaria che è  espressione concreta della funzione di autogoverno.
Tale è stato, ad esempio, il caso del disegno di legge 1415/2008 in materia di intercettazioni di cui abbiamo apprezzato la previsione del divieto assoluto di pubblicazione di atti e contenuti di cui sia stata ordinata la distruzione ma non potevano non dissentire sulle limitazioni alle ammissibilità ed utilizzabilità delle intercettazioni nei reati contro la pubblica amministrazione e contro l’economia – né potevamo sottrarre a critica l’attribuzione del potere autorizzatorio al Tribunale distrettuale in formazione collegiale, paradossale complicazione, quando nel sistema al giudice monocratico è affidata una competenza ben più elevata e complessa. Vi è noto il motivato dissenso sulla modifica normativa che richiedeva la presenza dei “gravi indizi di colpevolezza” anziché dei gravi indizi di reato.
Rilevanti sono anche i pareri resi al legislatore in materia di mediazione e di conciliazione delle controversie civili e commerciali. Le valutazioni consiliari sono state ampiamente positive anche sul controverso aspetto della praticabilità, in materia stragiudiziale, della conciliazione “aggiudicativa” e di quella “facilitativa”.
Sul decreto sicurezza positivo è stato il giudizio sull’inasprimento delle sanzioni per reati sessuali e sulla introduzione del reato di atti persecutori (“stalking”), critico, invece, sulla disciplina del trattenimento degli stranieri irregolari nei centri per l’identificazione e l’espulsione (CIE) vera e propria forma di detenzione amministrativa.
Eguale parere critico è stato emesso sulla successiva legge che introduce il reato di ingresso e soggiorno illegale nel territorio dello stato per l’eccezionale aggravio che comporta sulla attività giudiziaria in generale e su quella del giudice di pace in particolare.
Fortemente critici i pareri: 
a) sulla introduzione del potere del Procuratore Generale presso la Corte di Cassazione di trasferire il processo ad altro ufficio “ in caso di eccezionali situazioni di contrasto”, una sorta di applicazione straordinaria dell’art. 11 c.p.p. 
b) sulla estensione dei casi di astensione e ricusazione del giudice per giudizi espressi fuori dalle funzioni giudiziarie sulle parti di procedimenti con discutibile comprensione del diritto di manifestazione del pensiero  ( in limiti, peraltro, sempre rigorosamente fissati dalla Sezione Disciplinare, come emerge da alcune sue decisioni ampiamente diffuse sui media).
c) sulla eliminazione della possibilità d’acquisizione diretta della notizia di reato da parte del P.M. con una mutazione genetica del rapporto tra autorità giudiziaria e polizia giudiziaria.
d) sulla introduzione dell’istituto processuale del “processo breve” vera e propria forma di estinzione dell’azione penale e della sua connotazione di irretrattabilità con i devastanti effetti sull’intero impianto giurisdizionale su cui il C.S.M. ha svolto una accurata e responsabile indagine acquisendo tutti i dati dai Capi degli Uffici. 
e) sulla inaccettabile metodologia posta a base della legge per la copertura delle sedi disagiate.
Ma se queste rilevanti attività istituzionali di carattere primario concernono i rapporti tra politica e giustizia o, meglio, legislazione e giustizia, legittimano a pieno titolo la interlocuzione del Consiglio nelle materie che incidono sul governo della magistratura ordinaria ed onoraria, affidate dalla Costituzione e dalle leggi al Consiglio medesimo, sia pure in sintesi incombe l’obbligo di riassumere le linee portanti dell’attività di quotidiano intervento negli assetti organizzativi. 
Il 2009 ha fatto registrare un elevato impegno nei trasferimenti e nelle assegnazioni dei magistrati al fine di assicurare la mobilità interna adeguando la normativa secondaria alle innovazioni legislative.
Sono state disposte 15 pubblicazioni dirette alla copertura di 1088 posti vacanti tra cui quelli di Consigliere della Corte di Cassazione, dopo la costituzione della Commissione tecnica di valutazione. Sono state approvate 671 proposte di trasferimento e coperti 301 posti vacanti. Per i magistrati ordinari in tirocinio nominati con D.M. 6 dicembre 2007 sono state individuate 315 sedi, poi assegnate. 
Rilevante l’adozione nell’Assemblea Plenaria del 3 giugno 2009 della nuova circolare in tema di tramutamenti ed assegnazioni di sede che ha sostituito la vecchia circolare del 1993 in applicazione della riforma ordinamentale.Va segnalata la “Risoluzione relativa alle scoperture degli organici negli uffici requirenti di primo grado, del 26 maggio 2009 con cui si è sottoposto al Ministro il problema della scarsa propensione del passaggio da una funzione all’altra. Il C.S.M. ha sempre raccomandato, in spirito di collaborazione istituzionale, di rivedere la normativa in tema di applicazione e di rimeditare il divieto di destinare i magistrati di prima nomina ad uffici requirenti considerando anche la introdotta organizzazione gerarchica degli uffici di Procura. Anche sulla revisione delle circoscrizioni giudiziarie il C.S.M. ha sviluppato una approfondita analisi della situazione per auspicare la soluzione di questo annoso e grave problema che rappresenta una autentica zavorra nella organizzazione giudiziaria. 
Altro settore interessato dalla riforma dell’ordinamento è quello delle diverse fasi di carriera e delle valutazioni di professionalità per la progressione in carriera del magistrato. Dal 1 gennaio al 30 novembre 2009 sono state definite 5687 pratiche anche sulla scorta della relazione del Gruppo di lavoro sulla elaborazione degli standard medi di produttività ai fini della definizione del parametro sulla laboriosità, meglio definito come “laboriosità intelligente” e non solo quantitativa, di cui all’art. 11 D.Lgs. 160/06.
Le nomine in uffici direttivi sono state 89 e 278 in uffici semidirettivi. Particolare impegno il C.S.M. pone sulla innovazione introdotta nella riforma sulla “conferma dell’incarico svolto” nella consapevolezza che la verifica dell’attività svolta dai dirigenti costituisce passaggio determinante per il buon funzionamento degli uffici giudiziari. Tutto ciò nella linea certamente condivisibile che ha ispirato la intera riforma tendente alla valorizzazione del merito non solo a seguito di un inerziale trascorrere del tempo.Come tutto quello che appartiene alla multiforme attività del C.S.M., dalle Commissioni, all’Ufficio Studi, dai dibattiti assembleari alla preparazione dei corsi di formazione, nulla purtroppo viene conosciuto al di fuori del ristretto circuito di addetti ai lavori. 
Eppure, se conosciute, queste attività ( pur non idonee di per se sole al superamento della radicata tendenza ad esaltare, nella strumentalizzazione a carattere scandalistico soltanto di taluni fenomeni negativi da quello delle pratiche correntizie a qualche innegabile e criticabilissima chiusura di “casta” che pure si tenta di contrastare nell’interesse della istituzione) contribuirebbero a fare comprendere come l’autogoverno della Magistratura non è arroccamento su posizioni di comodo ma esalta culture, specializzazioni, prassi virtuose e fa dell’ordine giudiziario uno dei piloni di ormeggio fondamentali della società democratica.
E’ il caso del lavoro di formazione permanentemente centrale, di quella decentrata e di quella internazionale. E’ un lavoro importante che verrà trasferito, nelle sue articolate strutture e nei suoi valori, alla “Scuola della magistratura” prevista dalla riforma ordinamentale ed annunciata come di prossima realizzazione.
Particolare sviluppo presenta la formazione connessa ai progetti cofinanziati dalla Commissione Europea di Formazione Giudiziaria. Mi sono occupato in modo specifico negli ultimi anni, del lavoro in questo settore e posso affermare, senza peccare di retorica, che in tutti i partner europei della Rete il C.S.M. insieme all’Ecole Nazionale de la Magistrature vengono considerati di esempio anche nell’aiuto per i Paesi che entrano nell’ Unione ai fini di mettere a fuoco i valori fondamentali di una Magistratura libera ed autonoma.
D’altra parte – concludendo – la completa circolazione sui siti informatici di tutte le attività, degli interpelli, dei concorsi, dei dati statistici, di ogni atto consiliare offre già di per se un materiale più che soddisfacente che consente di guardare alla Magistratura italiana. Nel suo complesso; da quella giudicante a quella requirente, da quella di legittimità a quella onoraria di insostituibile utilità e di sperimentato valore, come ad un corpo sano e fondamentale dello Stato.Certamente meritevole della indipendenza ed autonomia che la Costituzione gli attribuisce pur nelle Linee indicate dalle parole pronunciate dal Presidente della Repubblica nel C.S.M. il 14 febbraio 2008 a proposito della deformata visione della Giustizia che viene offerta nel Paese.
“ Chi svolge attività politica – Egli ha detto – non solo ha il diritto di difendersi e di esigere garanzie quando sia chiamato personalmente in causa, ma non può rinunciare alla sua libertà di giudizio nei confronti di indirizzi e provvedimenti giudiziari. Ha però il dovere di non abbandonarsi a forme di contestazione sommaria e generalizzata dell’operato della magistratura; e deve liberarsi della tendenza a considerare la politica in quanto tale, o la politica di una parte, bersaglio di un complotto da parte della Magistratura”.

Vincenzo M. Siniscalchi



Discorso commemorativo tenuto in Castelcapuano dall’avvocato Vincenzo M. Siniscalchi il 5 Gennaio 2010. Enrico De Nicola: l’avvocato, il giurista

 

Signor Presidente della Repubblica,
Autorità,
Signori Magistrati,
Colleghe e Colleghi.
Il senso di attualità che può assumere questa celebrazione della grande figura di Enrico de Nicola, dobbiamo rinvenirlo nella possibile riproposizione, oggi, dei valori che questo insigne Uomo ancora può rappresentare nella nostra società; quella civile, quella politica, quella forense. 
Le sculture che si inseguono lungo le pareti di questo antichissimo ambiente storico, infatti non possono solo rappresentare fasti di epoche lontane, trascorse, definite nel loro arco temporale come protagonismi solitari quasi archiviati. Debbono invece essere occasione di riflessione responsabile ed attenta, tesa a riscoprire, un patrimonio identitario e fecondo di valori condivisi.
Qui, oggi, pur nella rapida analisi che io ho l’onore di compiere su Enrico de Nicola, avvocato e giurista, sommo interprete di valori fondanti della professione forense: si può comprendere anche la radice della attualità che De Nicola recupera con la nobiltà del suo stile istituzionale. 
Con le esemplari azioni della sua vita civile e professionale, troppo spesso fatte oggetto più di una aneddotica superficiale che non di studio sereno ed attento. 
Laureato a diciotto anni con, Enrico Pessina, sua prima palestra, oltre allo studio paterno, fu il giornalismo. Redattore del periodico “Don Marzio” vi scriveva di problemi giudiziari e di costume.
Interessanti le sue prese di posizione, (già da allora di stampo legalitario), sulla libertà di stampa contro alcune restrizioni del governo Pelloux, sulla analisi della uccisione in duello di Felice Cavallotti come fatto di dubbio inquadramento nel reato di omicidio, sul rifiuto della criminalizzazione senza alcuna introspezione psicologica dell’anarchico Frezzi. Tesi giovanili ispirate alla rottura di ogni schema stantio.
L’attività pubblicistica cedette il passo ben presto al vertiginoso successo di una carriera professionale intensissima che a trenta anni già lo consacrava penalista di grido in questo Castelcapuano ove pure, in quel tempo, primeggiavano altissimi maestri, da Enrico Pessina a Nicola Amore, a Gennaro Marciano, che a De Nicola predisse la luminosa, magistrale ascensione, come venne ricordato da Ettore Botti nel discorso per lo scoprimento del busto a De Nicola dedicato.
Che cosa colpiva nel discorso di De Nicola? La novità assoluta della sua tecnica forense, la suggestione di una eloquenza nuova, ricca di argomentazioni logiche che scolpiva i fatti con una eleganza comunicativa sobria ed efficace. 
Il fascino della persona con le innate doti di intelligenza e con una immensa preparazione umanistica oltre che la capacità di proposte innovative nelle discipline forensi decretarono subito il suo pieno successo. Matilde Serao, entusiasta, agli esordi di De Nicola anche nella vita civile, politica già lo aveva definito: “una forza giovane e prepotente scagliata contro la musoneria e il tranquillismo delle vecchie posizioni”.
Il modello oratorio era quello della persuasione, con una scansione dialettica sorretta da un impianto centrale – tecnico giuridico impressionante nella sua solidità. Ho ora vivo nel cuore e nella mente il suo generoso indirizzo di saluto in questo Salone in occasione allorché mi consegnò il Premio Nicola Amore, un suo intervento sul fondamentale libro di Achille Battaglia “Processo alla Giustizia” e due magistrali arringhe in Cassazione, ove mi condusse il mio Maestro, mio Padre, Francesco Saverio Siniscalchi, che profondamente amava Enrico De Nicola.
Vi sono, testimonianze di studiosi dell’eloquenza forense, che analizzano la novità del metodo di De Nicola da Giovanni Napolitano, avvocato e scrittore insigne, che l’Ordine ha celebrato nel 2005, alla presenza del figlio Giorgio, il nostro Presidente a Mattia Limoncelli ai nostri contemporanei Mario Pisani Massamormile a Massimo Di Lauro. 
De Nicola andava delineando il ruolo nuovo che assumeva, nella cultura forense l’arringa; non più oggetto di esercitazione estetizzante ma strumento primario della comunicazione. Non più solo “arte della parola” semmai “arte di una tecnica” la tecnica del linguaggio. Ed, a questo elemento di forte identità si aggiungeva l’osservanza rigorosa di uno stile riservato, a volte scontroso, alieno da omaggi o compiacimenti per il consenso, che fu una ricchezza di questo Grande sufficiente di per se sola ad emarginare la aneddotica riduttiva. Ed era quello lo stile che suscitava il forte amore della gente di Napoli per De Nicola .
Su tutto primeggiava un’altra connotazione particolare: l’ intransigente ottemperanza all’imperativo etico come valore primario, nell’esercizio professionale. 
Tutta l’azione innovatrice di De Nicola si sviluppava intorno a questo centro gravitazionale virtuoso nella professione come nella vita pubblica. 
Innanzi ad ogni altra istanza veniva posto il rispetto profondamente avvertito della legge morale e della legge dello Stato perché questo era il suo sentimento, ed Egli intendeva esserne il difensore inflessibile.
Osservava in un testo dedicato alla figura di De Nicola Giovanni Leone, suo devotissimo allievo, divenuto a sua volta Maestro di avvocatura e di scienza da noi celebrato degnamente alla presenza del Capo dello Stato, sempre sensibile nei confronti di questi momenti di rievocazione storica tanto significativi, che la tensione primaria che accompagnava De Nicola nella professione era quella della supremazia assoluta della “Coscienza etico - giuridica”; non solo, della competenza tecnica. Mai, dunque, affermazione tronfia di una tesi ad ogni costo ma la ragionevolezza di un lavoro, sul processo e sulle leggi, per offrire al Giudice una ipotesi difensiva nella compatibilità piena con il principio di “certezza del diritto”. Rifiutava le ambiguità strumentali, i tatticismi o, peggio la subordinazione delle tesi alla prepotenza degli interessi particolari.
Era, il suo, un sentiero interiore certamente impervio, tormentato, ma ispirato dalle tensioni che Enrico de Nicola riusciva a governare con la sua probità intellettuale assolutamente esemplare. E così, con un opera meticolosa e metodica, faticosamente percorreva il cammino che lo avrebbe consacrato primo avvocato italiano.
Il suo studio negli anni trenta e quaranta era frequentato da discepoli divenuti a loro volta illustri, a partire da Giovanni Leone, che di De Nicola ebbe un vero e proprio culto, a Francesco De Martino, a Enrico Molè, a Vincenzo La Rocca e a tanti altri.
Abbiamo visto come, nello stile e nella tecnica, Enrico De Nicola dette una impronta moderna all’essere penalista.
Va detto che la coerenza con la scelta del fondamentalismo etico praticata da De Nicola veniva messa in campo a partire dall’accettazione del mandato difensivo. Proprio per costruire una proposta forte e credibile, Egli escludeva che si potesse adeguare il mandato a finalità meramente contingenti. 
Preferiva rinunziarvi! 
La sua regola era certamente quella della garanzia di fedeltà al mandato ma da attuarsi solo dopo una spasmodica ricerca della possibilità di svolgere concretamente e lealmente il dovere difensivo. Anche l’accettazione del mandato in questo modo per De Nicola, si poneva anzitutto come ottemperanza alle regole di legalità praticabili. 
Ciò significa che De Nicola identificava nell’avvocato non una sorta di icona retorica, di campione di garanzie sovente anche pretestuose, bensì un soggetto indispensabile alla realizzazione dell’ordinamento giuridico ed alla piena garanzia del cittadino. Questo atteggiamento severo e difficile, dava una impronta originale, creativa, molto sofferta, sovente incompresa e contestata dai sostenitori della assoluta prevalenza delle ragioni dell’assistito. De Nicola, in questo modo, imponeva a se stesso ed ai suoi collaboratori, quasi in forma di continuo esercizio della critica e dell’autocritica una esplorazione un senso quasi esasperato di responsabilità.
Era il “principio di contraddizione” che lo guidava nello studio di ogni aspetto della questione, nell’ esame delle leggi, della giurisprudenza, della dottrina che citava senza letture esercitando una memoria prodigiosa. E così giungeva alla costruzione finale della difesa dopo aver tracciato un percorso, il “suo” percorso, che rifiutava furbizie, compromessi, concessioni, mezze misure, scorciatoie dialettiche per affidarsi alla potenza argomentativa.
Era inesorabile contro le approssimazioni, le asimmetrie logiche, le citazioni improprie, fatte più per eccesso declamatorio che non per compiere il lavoro, il più delle volte ingrato, della ricerca delle soluzioni.
Questi profili di rigorosa probità, di documentata ricerca culturale diretta a contribuire alla applicazione della legge, nella riflessione autorevole di Aldo Sandulli, fanno emergere in De Nicola una sorta di vero e proprio primo giudice della causa.
E sempre su questo punto Alfredo De Marsico ha osservato: ”De Nicola non ha solo immutato profondamente lo stile; nell’esercizio del patrocinio ha attestato un costume morale intransigente, ha sollevato il principio della probità ad un rigore categorico” -
Nelle strutture portanti del discorso di De Nicola non vi erano accattivanti forme di adesioni alle tesi anche quelle meno oltranziste dell’assistito, del cliente, che non passassero al vaglio di questo metodo critico. 
Egli indicava una nuova strada alla professione forense certamente portata in una dimensione istituzionale e non solo fissata nello splendido isolamento del suo esercizio quotidiano. 
Nella idea di De Nicola il prestigio dell’avvocato, cioè, andava riposto in una funzione sociale quasi arbitrale, per affermare comunque il primato della legge. Lo sforzo difensivo ovviamente, era anche quello di evitare gli errori possibili nell’attività del giudice – “Mi pongo lo scopo – affermava - di offrire un vero e proprio progetto di sentenza”.
Nel rispetto dei ruoli dell’avvocato e del giudice, pur nella loro diversità, la tendenza di De Nicola ha mettere in campo quel “temperamento di arbitro” che riprodurrà nella sua condotta istituzionale incurante delle tante incomprensioni, quando non dello scherno, da parte dei portatori di verità assiomatiche, di esigenze pragmatiche finalizzate al successo momentaneo di una tesi, tanti che hanno sovente preferito valorizzare una facile aneddotica che mai scalfiva la figura eminente dello statista. 
Purtroppo non abbiamo materiali diffusi in forma di allegazioni e nemmeno di riordino dei materiali autografi contenuti nel suo archivio di Torre del Greco, come osserva, con sensibilità di studioso, Piero Craveri nel bellissimo saggio introduttivo ai discorsi parlamentari editi dal Senato.
Ciò è anche dovuto ad una riluttanza alla riproduzione stenografica di cui scrive lo stesso De Nicola, nella avvincente prefazione al volume “Figure forensi” del suo fraterno amico altro “Principe del Foro” , esponente della eloquenza lirica e tragica Giovanni Porzio.
Scrive De Nicola “E’ assai arduo o, quasi impossibile, disegnare la linea spirituale di un oratore scomparso, perché l’eloquenza vive del fatto che passa, dell’instante che fugge – è il prodotto della voce, dello sguardo, del gesto, non meno che della parola faconda, dell’ammaliamento logico, degli argomenti, delle immagini ronzanti come api d’oro – ha luci ed ombre – fa passare aliti di bontà e suscita fremiti di orrore; trova apostrofi che bruciano, ritorsioni che trafiggono, accenti che esaltano, idee che incatenano, frasi che svelano ciò che tutti, in modo vago e impreciso sentivano, parole da cui può dipendere la vittoria come la valanga da un ciottolo, da una scintilla l’incendio”. 
Ha pienamente ragione dunque Giovanni Leone quando afferma: “quella che poté apparire l’aridità dello schema professionale di De Nicola, la mancanza di palpito umano, la incapacità, il dispregio o la rinuncia alla ricostruzione della causa “sub specie emotionis” si rivela un grosso errore; perché si trattava in lui di un diverso modo di collocarsi nei confronti della realtà umana, di cui conosceva tutte le sfumature, anche se riusciva esteriormente a dominare le passioni”.
La potenza della cultura giuridica di Enrico De Nicola, che ne fa anche sommo giurista, è documentata dai pochi suoi scritti tra i quali primeggia la celebre monografia, dal titolo “Le due scuole penali” (Dissensi teorici e consensi pratici) un testo divenuto un classico per gli studiosi.
Questa monografia del 1928 contenuta nei volumi in onore di Enrico Ferri è la ricostruzione completa di un cinquantennio di dispute dottrinali e di progetti di riforma nel contrasto dei principi tra la scuola “neoclassica” o “tecnico – giuridica” di Enrico Pessina e Francesco Carrara e quella “positiva” del Ferri, nel quadro dell’idealismo critico che ispira la “Storia del Diritto Penale” di Ugo Spirito.
E’ singolare rilevare come anche nella ricerca scientifica che si spingeva sui territori più inesplorati, all’epoca, del diritto comparato, De Nicola, il grande “mediatore”, mirava a cercare il punto di convergenza tra i due schemi della scienza penalistica. Profondamente incisive si rivelano le tesi del Giurista – avvocato sul concetto di “individualizzazione della pena”, della differenza ontologica tra pene e misure di sicurezza, sul concetto di “difesa sociale” in quanto alternativa al concetto di “tutela giuridica” basata quest'ultima sulla “responsabilità morale” che può sempre generare il pericolo della responsabilità oggettiva, come nel caso del concorso “morale” delle persone sul reato.
Da questa radicata convinzione scientifica De Nicola farà partire il contributo determinante per l’inserimento dell’art. 27 nella Costituzione (“la responsabilità penale e personale”).
Questo testo a De Nicola valse l’offerta, “ad honorem” da parte dell’Università, del ruolo accademico che era stato di Enrico Pessina. Il sommo Avvocato Giurista rifiutò ritenendosi, come scrisse, “inadeguato all’insegnamento” – 
Umiltà esemplare in un Maestro autentico!
La cattedra era il suo studio, dietro quella porta su cui una targhetta recava la semplice scritta di sempre: “Avvocato Enrico De Nicola”. 
La esaltazione dell’autonomia dell’Avvocatura era, per De Nicola, l’altra faccia dell’autonomia e della indipendenza della Magistratura che Egli contribuì fermamente ad inserire nella Costituzione così come dette impulso fondamentale, in nome della solidarietà forense alla creazione della Cassa Previdenziale degli Avvocati . 
Dei magistrati e degli avvocati scriveva: “gli uni e gli altri mirano, per vie diverse, alla stessa mèta vertuunt in unum: noi gelosi dell’autonomia che il nostro ordine ha conquistato; essi ansiosi di conquistare per il loro ordine la indipendenza che la Costituzione proclama e garantisce. In questa diade – autonomia ed indipendenza – è riposto il segreto della saggia organizzazione giudiziaria, senza la quale la società si sgretola e crolla”.
De Nicola aveva fatto della garanzia del sistema giudiziario un punto fermo della intera organizzazione dello Stato democratico. 
Così nell’ultima grande funzione, istituzionale svolta, quella di Presidente della Corte Costituzionale, l’organismo che era al vertice della sua concezione del controllo di legalità anche sulle leggi.
Lo scrittore Nino Valentino definisce per questo De Nicola “ Padre fondatore della Corte Costituzionale” -
Possiamo dire che questa fu l’ultima grande causa dell‘avvocato De Nicola. La vinse con la tenacia del suo lavoro incessante, della sua formidabile preparazione, della sua capacità di mediazione, della sua specchiata probità.
Rileggendo il suo discorso di insediamento si comprende quale complessità presentasse il compito di dar vita alla più ardita delle novità introdotte dalla Costituzione, quella della Corte intesa come “giudice delle leggi” come testimoniano gli scritti di Paolo Barile. 
Fu un discorso tra i più sentiti ed appassionati ricco di spunti tratti dai grandi padri della democrazia. Ancora una volta il grande avvocato assumeva il ruolo supremo di “arbitro”. Questa volta, del rispetto delle regole costituzionali. Ma fu costretto a dimettersi per le nobili ragioni rivelate tanti anni dopo da Adolfo Beria D’Argentine.
Era stato De Nicola a contribuire alla storica decisione adottata nella prima udienza sul potere di annullare leggi o atti aventi valore di legge.
Aldo Sandulli scrive che fu quella sentenza che “consacrò una data storica sulla via della effettiva traduzione della Costituzione scritta in Costituzione vivente”-
Signor Presidente,
Magistrati,
Colleghe, Colleghi
Se questi sono alcuni dei tratti inconfondibili della statura di Enrico De Nicola; se da una matrice forense è nato e si è sviluppato un itinerario così alto nella storia della nostra Nazione, consentitemi di riconoscere con voi all'Avvocatura il legittimo orgoglio di aver dato anche con E. De Nicola uno dei contributi più forti alla crescita di 
Quelle alte virtù che sono destinate ad essere risorsa inestinguibile della nostra cara Patria.

Vincenzo M. Siniscalchi


 

Sul "lodo" Alfano 

 

La difesa che l’avvocato dello Stato, nell’interesse della Presidenza del Consiglio, ha articolato per il giudizio costituzionale sul “lodo” Alfano supera ogni limite di tollerabilità sul piano giuridico. Si sostiene la più stravagante ed irragionevole della tesi a “protezione” di Berlusconi come imputato e non della Presidenza del Consiglio in quanto istituzione. Non si contrasta la ampia motivazione che sorregge, con argomentazioni incentrate sul diritto, lo “scandalo” di uno scudo protettivo di Berlusconi proposto e ripreso, dopo alterne vicende costituzionali e legislative, dal ministro Alfano.
L’ Avvocatura dello Stato sostiene che la norma ”ad personam”, che solo il Parlamento italiano nel mondo intero ha votato senza un minimo di discussione seria, deve essere confermata non per una sua validità giuridica ma perché è una norma “dovuta” e “necessaria” altrimenti “ ci sarebbero danni seri, in gran parte irreparabili, a funzioni elettive che non potrebbero essere esercitate con l’impegno dovuto, quando non si arrivi addirittura alle dimissioni( del Premier)”.
Risum teneatis, amici!.
Va detto subito che la funzione di cui si parla non è “elettiva” ed i Presidenti del Consiglio possono 
essere cambiati in caso di dimissioni. Ma che cosa abbia a che fare questo modo di argomentare con 
le ragioni del diritto e del rispetto delle norme della Costituzione non è detto in alcun modo dall’Avvocatura dello Stato né viene spiegato quale sia il “vulnus” della carica istituzionale in sé. Francamente questo tipo di difesa appare come il riconoscimento della indifendibilità della legge Alfano proprio sul piano della sua evidente incostituzionalità. Sembra che una nuova categoria 
giuridica impropria, quella della “opportunità politica”, debba prevalere sulla Costituzione come nelle leggi “ad personam”, in barba al principio di eguaglianza di tutti di fronte alla Legge (soprattutto quella penale). 
E’ noto a tutti che in questo caso nessuna ragione di protezione istituzionale può essere invocata perché il processo a carico di Silvio Berlusconi è antecedente alla assunzione da parte sua della carica di Presidente del Consiglio. Per la protezione della carica come per la salvaguardia della funzione parlamentare esistono gli 
articoli 68 e 96 della Costituzione che riguardano rispettivamente l’ insindacabilità dei parlamentari per voti ed opinioni espresse “nell’esercizio delle loro funzioni” mentre l’ art. 96 prevede una previa autorizzazione delle Camere per il Presidente del Consiglio e Ministri “anche se cessati dalla carica” per essere sottoposti alla giurisdizione ordinaria “per reati commessi nell’ esercizio delle loro funzioni”. L’ Avvocatura, pertanto, doveva spiegare come rendere compatibile la chiara previsione dell’art. 96 con il “lodo” che pretende di assimilare a questo chiaro limite posto a protezione della funzione 
presidenziale e ministeriale una situazione completamente difforme come la sospensione per reati 
commessi (se commessi) prima dell’assunzione della funzione. Per quale motivo, se non violando i principi dell’art. 3, dell’art. 68 e dell’art. 96 Costituzione si 
dovrebbe accettare la tesi – mai sostenuta in tutte le leggi applicative degli art. 68 e 96. – dello 
“stato di necessità” come fondamento della costituzionalità del “lodo”? 
Sostiene l’ Avvocatura dello Stato che la sospensione del processo a carico del Presidente del Consiglio (per reati riferiti alla attività di imprenditore) deriverebbe da una difficoltà di Berlusconi a svolgere la sua funzione sicchè giustificherebbe la norma. E perché questa differenza con i ministri? Come è compatibile con l’eguale rilievo giuridico che l’articolo 96 dà alle cariche di presidente e di ministro? Come si può equiparare al reato commesso durante la funzione pubblica con quello contestato per comportamenti che non coincidono in alcun modo con la funzione? Stupefacente il richiamo che viene fatto – nella difesa dell’Avvocatura – alla vicenda delle dimissioni del Presidente Leone per il caso Lockeed . Cosa c’entra? Leone non è stato mai in alcun 
modo imputato, Berlusconi è a giudizio. Non potendo avvalersi delle garanzie dell’art. 68 e dell’art. 96 l’Avvocatura sostiene, con un oltranzismo che non fa riferimento a precedenti ipotesi del genere, che la Corte Costituzionale deve confermare il ”lodo Alfano” altrimenti Berlusconi è costretto a … dimettersi per “l’eccessiva 
esposizione” mediatica di un Presidente del Consiglio processato! E’ l’argomento che ha dato vita a tutte le leggi varate su misura per i problemi giudiziari del 
Presidente Berlusconi. E questo può mai definirsi un argomento che può servire a escogitare una immunità nuova, un “ius singulare” , per un solo cittadino, in uno Stato di diritto quale il nostro si definisce? 

Vincenzo M. Siniscalchi
già Presidente della Giunta per le 
autorizzazioni della Camera dei Deputati 


 

I documenti fondamentali della vicenda C.S.M. - Alfano

 

Intervista Alfano al tg2 punto di vista.
Quanta politica c'è nella Magistratura italiana?
“Ma guardi, io mi stò battendo lo stò facendo anche nell’ ambito della riforma del processo penale che abbiamo già depositato al Senato per evitare che i vertici degli Uffici Giudiziari cioè i Procuratori della Repubblica e i Presidenti dei Tribunali vengano lottizzati, non è possibile che si faccia un "planning" all’ interno del quale si dica a questa corrente spetta questa Procura, a quest’altra corrente siccome non ha avuto un Procuratore spettano due Procuratori aggiunti da un’altra parte.
Questi sono meccanismi ormai rifiutati anche in politica che quando venivano adottati o quando oggi venissero adottati sarebbero chiamati lottizzazione. Penso che invece a guidare le Procure debbano andare i migliori senza bisogno di controllare prima di mandarli a guidare l’Ufficio Giudiziario qual è lo spillino di corrente che hanno affisso sulla giacca, non è importante sapere a quale corrente appartengono ma è indispensabile sapere e capire se davvero sono i più idonei per rivestire quel compito. Non solo, ma nell’ esprimere tale giudizio circa l’idoneità a svolgere la funzione di Procuratore non bisogna chiedere al Magistrato esclusivamente che lui sia un buono giurista o un raffinato pensatore di diritto, occorre anche sapere se è un bravo organizzatore di mezzi e di uomini e deve essere il Capo e il leader della Procura e la prova e proprio sulle intercettazioni cioè ci sono Procuratori che hanno maneggiato il denaro pubblico come se fosse il loro denaro privato facendo risparmiare i cittadini, e ve ne sono stati altri che invece hanno prodotto dei buchi clamorosi facendo pagare ai cittadini quel servizio in modo infinitamente più grande rispetto a quello della Procura accanto.” 

11 Giugno-Lettera al Comitato di presidenza.

Illustri Signori,
abbiamo letto ed ascoltato le dichiarazioni del Ministro Guardasigilli rese nella intervista al TG 2 della sera di mercoledì 10 giugno nella rubrica “Punto di Vista”.
Il Ministro ha formulato, in modo generico ma violentemente offensivo, l’accusa al Consiglio Superiore della Magistratura di procedere sistematicamente nelle nomine per il conferimento degli incarichi direttivi e semidirettivi secondo criteri di lottizzazione correntizia. In particolare ha sostenuto esservi nel Consiglio una pratica di pianificazione(planning) di tali condotte illegittime ed abusive.
I sottoscritti componenti del Consiglio, che nel triennio che si conclude a Luglio hanno ricoperto il ruolo di Presidente della V commissione incarichi direttivi, esprimono il loro sconcerto e la loro profonda preoccupazione per l’ atteggiamento di un Ministro della Repubblica il quale accusa, senza alcun fondamento, un organo di rilevanza costituzionale, di condotte illegali.
Rammentato che il Consiglio è impegnato da tre anni in uno sforzo senza precedenti nell’ attuazione della riforma ordinamentale che ha consentito di valorizzare nelle nomine dei dirigenti esclusivamente il merito e le attitudini organizzative, abbandonando l’ antica predominante regola della maggiore anzianità.
Esprimono pertanto viva preoccupazione per il quadro istituzionale che rischia di essere profondamente scosso da atteggiamenti privi della necessaria responsabilità.
Ritengono, a tutela del decoro delle Istituzioni, rifiutando ogni polemica, di rimettere al Comitato di Presidenza del Consiglio Superiore della Magistratura e per esso al signor Presidente della Repubblica, le loro dimissioni da componenti della V commissione consiliare. 
Roma 11 Giugno 2009. Giuseppe M. Berruti, Ezia Maccora, Vincenzo M. Siniscalchi. 

16 Giugno-Comunicato a conclusione incontro con il Comitato di Presidenza C.S.M.

Il Presidente ha condiviso l’unanime orientamento del Comitato di Presidenza del C.S.M. a rigettare le dimissioni dei consiglieri Berruti, Maccara e Siniscalchi da componenti della V commissione consiliare. Il Presidente della Repubblica ha espresso rinnovata fiducia nell’ impiego del C.S.M. e delle sue Commissioni a tener conto dell’ invito da lui stesso formulato – anche in occasione della seduta del 9 giugno- affinché tutte le scelte che al Consiglio competono vengono compiute senza essere “condizionate da logiche di appartenenza correntizia”. Peraltro, polemiche indiscriminate circa i criteri in base ai quali il C.S.M. ha proceduto, in attuazione delle nuove e più impegnative disposizioni di legge, alla nomina di un gran numero di dirigenti degli uffici giudiziari, possono creare nei confronti di questi ultimi un clima di ingiusta delegittimazione, demotivandone l’impegno. Una pacata e puntuale riflessione critica sulle più corrette prassi da seguire in questa materia, è invece la sola strada per giungere a risultati positivi nell’interesse generale.
E’ convinzione del Presidente della Repubblica che sui molteplici problemi relativi allo stato attuale dell’ amministrazione della giustizia e alla sua riforma si imponga finalmente un franco e costruttivo confronto, nelle sedi appropriate, tra tutte le istanze istituzionali interessate, nel reciproco rispetto. Il libero scambio di opinioni, e l’espressione di divergenze sulle soluzioni da adottare, non dovrebbero dar luogo a contrapposizioni esasperate né interferire nella fase delle decisioni che spettano al Parlamento.

16 Giugno-Comitato di Presidenza del C.S.M. 

 Il comitato di Presidenza del C.S.M. riunito in via di urgenza a seguito del colloquio con il Presidente della Repubblica; lette le dichiarazioni del Capo dello Stato di condivisione dell’unanime orientamento espresso da questo Comitato nella seduta del 12 giugno u.s. di respingere le dimissioni presentate dai Consiglieri Berruti, Maccora Siniscalchi;
nell’esercizio della delega conferita dal Presidente della Repubblica al Vice Presidente del Consiglio Superiore della Magistratura, rigetta le dimissioni presentate dai Consiglieri Berruti, Maccora e Siniscalchi e li invita a riprendere le loro funzioni nella V Commissione consiliare, finora esercitate con trasparenza, equilibrio e responsabilità.


 

Intervento Vincenzo M. Siniscalchi del C.S.M. al Plenum del 9 Giugno 2009 presieduto dal Capo 
dello Stato Giorgio Napolitano

 

Sig.re Presidente,
a nome dei colleghi professoressa Vacca, avvocatessa Tinelli, professor Volpi e mio personale Le rivolgo il saluto deferente. Desidero subito, anche a nome dei colleghi assicurare ogni attenzione ed approfondimento al suo intervento odierno, così ricco di spunti di riflessione. Qualche prima considerazione di carattere si impone in relazione al dibattito che qui si è 
sviluppato dopo il suo intervento. Sul C.S.M., sui valori che esso rappresenta ed amministra, sulle sue attività, sulle sue interlocuzioni ordinamentali approfondiremo, come ho detto, le sue indicazioni ed i suoi rilievi respingendo tuttavia talune impostazioni di estrema contestazione che pur sono state esposte, con evidente 
rilancio di una cultura sempre riproposta negli ultimi tempi, di vocazione alla “normalizzazione” del C.S.M., di riduzione della sua funzione di autogoverno della Magistratura. Ancora una volta dobbiamo precisare che il nostro C.S.M., pur con i necessari approfondimenti di 
alcuni punti di criticità, ha adempiuto ed adempie alla sua funzione primaria che è quella della tutela 
dell’indipendenza della magistratura nel quadro della netta separazione di poteri, pietra angolare della democrazia costituzionale.
La verifica dell’importanza e della validità del nostro sistema è chiaramente illustrata, come si è detto, nell’analisi comparata effettuata dal collega Professor Volpi, ma è sperimentata in concreto dal fatto che il nostro modello è studiato ed analizzato in tutti i paesi dell’Unione che si sforzano di valorizzare indipendenza ed autonomia della magistratura.
Di recente invitati in Turchia per un programma di scambio abbiamo incontrato in quel Paese, (ove 
Ella è atteso in visita a novembre), i livelli più alti degli (Presidente della Corte Costituzionale, Presidente della Cassazione, Consiglio della Magistratura, Consiglio di Stato, Istituto per la formazione dei Magistrati). L’interesse per il modello italiano è alto per un paese, come la Turchia, che per entrare nell’Unione Europea deve garantire autonomia ed indipendenza dei 
Magistrati senza subordinazioni di sorta all’ esecutivo.
Se questo è vero, certamente dobbiamo porci il problema del cattivo funzionamento della nostra 
giustizia ma non possiamo attribuire le cause di questi problemi, che riguardano il funzionamento di 
un servizio dello Stato, al funzionamento del C.S.M. nelle sue varie articolazioni, pur nella evidente 
rilevanza di ogni critica volta a correggere qualche possibile degenerazione di un valore alto come il 
pluralismo culturale delle varie componenti del C.S.M. in un confuso rincorrersi di valutazioni e di scelte che appaiono condizionate da interessi diversi.
Sul punto, che ha una sua centralità nell’odierno intervento del Presidente della Repubblica, qualche 
rapida annotazione in attesa di sviluppare la discussione sul documento che la VII Commissione, attualmente presieduta dalla collega Tinelli, ha con ampio ed impegnativo lavoro elaborato.
E’ comprensibile la preoccupazione che il Capo dello Stato esprime per il pericolo di un eccesso di 
“atomizzazione” dell’esercizio dell’azione penale ma il carattere di officialità dell’ azione penale, prevista in Costituzione, se è rimessa all’iniziativa dell’Ufficio della Procura fa entrare ovviamente in campo il dispiegarsi pieno dell’autonomia del magistrato cui è assegnata la procedura. E’ ai singoli magistrati del Pubblico Ministero, infatti, che compete la titolarità e la conseguente responsabilità dello sviluppo del procedimento. Naturalmente in questa fase si verifica in concreto la validità del concorrente principio 
costituzionale della sottoposizione del giudice soltanto alla legge. Vale la pena di annotare che se si analizza l’ultimo itinerario legislativo attuato in materia 
ordinamentale(contraddittorio e non sempre chiaro) si comprende meglio il difficile percorso seguito dalla normazione secondaria, di competenza consiliare, diretta a distinguere ogni ipotesi di decisione autoritativa ed esclusiva del Capo di un ufficio, intesa come manifestazione di un potere gerarchico, dall’esercizio pieno del potere di iniziativa nella promozione organizzativa e di coordinamento dell’ufficio oltre che nella correlazione con gli Enti territoriali e gli organi della 
pubblica amministrazione in quanto soggetti interessati all’organizzazione della giustizia sul territorio. 
Il discrimine tra una sorta di burocratizzazione delle funzioni dell’ Ufficio del P.M.(in sensosoltanto amministrativo) e il pieno svolgimento di una attività giurisdizionale indipendente ed imparziale è segnato ancora una volta dalla chiarezza e dalla fermezza della Costituzione nella basilare regola che il giudice è sottoposto soltanto alla legge, regola che ovviamente respinge ogni ipotesi autocratica ed “atomizzatrice” di funzioni così delicate ma che la dottrina e la 
giurisprudenza costituzionale hanno definito come irrinunciabile garanzia della giurisdizione. Ed è, questo,“garantismo” che finalmente appare concordemente volto ad atteggiarsi a garanzia di 
esercizio pieno ed affidabile della giurisdizione. Non è vano ricordare in questa occasione come fu proprio la grande riforma del processo penale del 1989 che, cancellando il rito inquisitorio, conferisce al Pubblico Ministero, con il duro compito primario di esercitare l’ azione penale,l’effettuazione in modo esclusivo dell’attività di indagine. Nessuno pensa di dare al Capo 
dell’ Ufficio una funzione meramente simbolica o comunque priva di rilievo ma è il Consiglio Superiore nelle sue articolazioni dedicate alla organizzazione del lavoro e delle competenze degli uffici a dare attuazione alle riforme ordinamentali che riguardano il ruolo del Procuratore della Repubblica , il suo modulo di coordinamento con il Procuratore Generale, la disciplina delle assegnazioni e delle revoche, i suoi progetti organizzativi. E in questa direzione il ruolo di coordinamento e di organizzazione delle attività degli uffici non potrà mai essere inteso così come lo intendeva l’art. 7 ter. RD n° 12 del 1941 ormai abrogato.
Tutto ciò in una visione moderna e funzionale dell’organizzazione del lavoro e degli uffici
produce un valore nuovo, moderno dei poteri del Procuratore e, al tempo stesso, diviene coefficiente propulsivo dell’esercizio pieno della autonomia del magistrato impegnato nelle trattazioni degli affari che gli vengono assegnati.Nessuno nega che alcuni casi clamorosi e certamente non confortanti per l’ordinamento, determinati da gravi tracimazioni dagli argini dei rispettivi poteri e doveri, possano avere prodotto il pericolo di lesioni all’immagine della giustizia. Ma il Consiglio ha saputo adottare le sue iniziative e gli opportuni provvedimenti proprio per chiarire il principio che autogoverno non può significare “impazzimento” collettivo e che indipendenza e autonomia vanno tenuti distinti da ogni forma pericolosamente autoreferenziale di protagonismo fine a se stesso. Ma pretendere di 
adottare ancora modelli bloccati in una dimensione soltanto amministrativa e gerarchica non sembra praticabile. Un riferimento alto alla separazione dei poteri organizzativi da forme di possibili contrasti con l’autonomia del singolo magistrato era già contenuto nella sentenza 143(1973) della Corte che, nel dichiarare la illegittimità costituzionale dell’ art. 38 del vecchio 
ordinamento giudiziario, riconosceva al magistrato interessato il diritto di chiedere al dirigente di motivare per iscritto la revoca dell’assegnazione. Questo è concetto di interlocuzione efficiente ed è idoneo a dare trasparenza e credibilità al valore dell’autonomia del Magistrato nell’ esercizio della funzione. E’ indubbio che una oscillante impostazione legislativa fa riflettere sulla scelta di affidare il delicato campo della revoca dell’assegnazione dei procedimenti non ad un
“contraddittorio” ma ad una necessaria e rigorosa interlocuzione del dirigente con i sostituti. E’ certo compito del Consiglio chiarire e regolare; perché è al Consiglio che compete la verifica della compatibilità costituzionale e ordinamentale di questi assetti. D’altro canto non si può abdicare al potere di indirizzo del Consiglio in merito alla organizzazione degli Uffici inquirenti alla luce degli art. 107,97 e 101 c. 2 della Costituzione. La verifica dei poteri del Procuratore nell’impartire direttive e criteri ai sostituti, impatta, purtroppo in un contraddittorio processo legislativo ispirato sovente a logiche che ruotano intorno ad un 
recupero di idee di gerarchizzazione non più proponibili,o, peggio a pretese “punitive” contro la 
Magistratura. La rappresentazione, a mio avviso non approfondita, che si è data nelle analisi delle dialettiche 
sorte tra sostituti e dirigenti dell’Ufficio, ha ignorato i valori fondamentali che proprio nella autonomia del loro lavoro, i sostituti sono chiamati a realizzare in concorso con il Dirigente dell’Ufficio. E sono valori e responsabilità di cui non può non essere portatore il singolo magistrato. Perché è il magistrato del P.M. o del giudizio che porta su di se il peso e la responsabilità dei valori contenuti nella Costituzione: da quello della ragionevole durata del 
processo al corretto, imparziale ed uniforme esercizio dell’azione penale che esige anzitutto un’azione coordinata di gruppi di lavoro, di efficienza nell’impiego della polizia giudiziaria, di impegno professionale nello svolgimento delle indagini su tutti gli affari assegnati.
E’ tuttavia fuor di alcun dubbio che la scelta organizzativa deve consentire al Procuratore la 
realizzazione di tutte quelle pratiche ottimali utili per contribuire a fare uscire la giustizia penale dalla fase di stagnazione che l’affligge e che in una efficace immagine di Gherardo Colombo a volte rischia di somigliare ad una “colossale macchina per tritare l’acqua”.

Vincenzo M. Siniscalchi


 

Siniscalchi(CSM): La bocciatura delle “ronde” e delle norme anti-immigrati conferma la ragionevolezza dei rilievi del CSM

 

La bocciatura della proposta di legge sulle “ronde” e della norma sul prolungato trattenimento degli immigrati nei CIE confermano la piena coincidenza del parere adottato dal C.S.M. nei giorni scorsi con le scelte fatte dalla Camera sul decreto sicurezza.
Sarebbe ora che venissero risparmiate al C.S.M. le rampogne arroganti di chi pretende di mettere il bavaglio alla doverosa attività di interlocuzione che il C.S.M. svolge con il legislatore quando sono in gioco diritti umani primari ed equilibri dell’ordinamento dello Stato.
Il criterio al quale si ispira il C.S.M. quando esprime i pareri è quello del controllo della ragionevolezza delle norme e della ricaduta sull’organizzazione della giurisdizione.
Non vi era nessuna ragionevolezza nella norma proposta dall’ Esecutivo e, soprattutto, nessuna relazione con lo scopo, certamente apprezzabile, di garantire la sicurezza.


 

Siniscalchi: I Pareri del CSM su proposte di legge sono doverosi 

 

Sono del tutto infondate le prese di posizione polemiche, di questi giorni, contro il parere reso dal C.S.M. sul decreto legge delle “ronde” ed anti-migranti.Chi lancia questi allarmi, addirittura di attentato all’ autonomia del Parlamento, pretende di dare al C.S.M. un semplice ruolo burocratico e subordinato in contrasto con la sua rilevanza costituzionale. Ogni proposta di legge che incide su diritti fondamentali e che si riflette sull’ organizzazione dell’ attività giudiziaria deve registrare il parere del C.S.M. in una doverosa interlocuzione tecnica che consente una verifica utile anche alla migliore evoluzione dello stesso procedimento legislativo. La pretesa di mettere il bavaglio al C.S.M. in questa materia è un allarmante segnale dell’ insofferenza di una parte politica nei confronti di ogni controllo di legalità. Il parere reso del C.S.M. sul “decreto sicurezza esprime grande apprezzamento per l’introduzione della norma “ anti-stalking”, di forte inasprimento delle sanzioni dei reati a sfondo sessuale e condivide l’allargamento dell’ area di protezione delle testimonianze delle vittime di questi reati. Un gruppo di critiche del parere al decreto riguardano invece le disposizioni relative al trattamento degli stranieri irregolari nei centri di identificazione e di espulsione fino a sei mesi perché scarica sul giudice di pace una vera e propria forma di privazione della libertà personale determinata il più delle volte da ritardi burocratici nel disbrigo delle pratiche per il permesso di soggiorno. Non è forse questa materia in cui l’ organo di governo della magistratura ha diritto di indicare gli errori in cui può incorrere il legislatore , soprattutto quello della decretazione d’urgenza? Che dire delle “ronde”. Il parere del C.S.M. non entra affatto sul merito politico delle scelte ma si preoccupa di evidenziare sul piano tecnico-giuridico e degli ordinamenti dello stato la confusione tra l’esecuzione di delicate funzioni come quella dell’ordine pubblico e l’accreditamento di quelle funzioni ad associazioni di privati, ancorché benemeriti, che inevitabilmente daranno luogo a problemi anche per l’amministrazione della giustizia che verrà gravata da denunzie, esposti e reclami per gli inevitabili abusi che potranno essere perpetrati. 
Non pare dubbio che è dovere preciso del C.S.M. che si adempie nel suo parere, interloquire con rigore tecnico per rettificare gli errori di proposte come quelle esaminate che travolgono il principale valore che bisogna difendere: la certezza del diritto! Non dà certezza una legge che confonde funzioni giudiziarie con quelle amministrative e che pretende di “privatizzare” l’ordine pubblico affidandolo a “ronde” di cittadini.


Siniscalchi (CSM), Procura Salerno: Franco Roberti, una nomina opportuna

La delibera del C.S.M. con cui alla unanimità viene designato il magistrato Franco Roberti a Procuratore della Repubblica di Salerno è un atto di grande responsabilità ed opportunità. Come ho sostenuto nella dichiarazione di voto ritengo che Franco Roberti come Procuratore Capo a Salerno possa impiegare al meglio le qualità professionali ed organizzative da tutti riconosciute. Una grande capacità di Roberti è anche quella di coniugare il patrimonio di grandi esperienze conseguite nella sua carriera con un impegno culturale continuo, un aggiornamento costante anche in materie di particolare rilievo come la prevenzione dei fenomeni criminali, la confisca dei beni mafiosi e le tecniche di contrasto alla criminalità organizzata che hanno avuto l’alto riconoscimento di recente anche da parte del Capo dello Stato. Franco Roberti è anche un impegnato esponente della società civile.


 

DA IL MATTINO DEL  26 AGOSTO 2006


Napolitano a Capri: relax e amarcord

 

Escursione isolana per il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, che ieri ha trascorso quattro ore di relax nell’oasi di Anacapri. Piccola pausa in compagnia di amici, in queste vacanze non proprio lunghissime. Lui stesso non manca di sottolinearlo, con un briciolo di autoironia. «Presidente, buone vacanze» è il saluto di un ospite nella hall dell’albergo «Caesar Augustus». Il Capo dello Stato sorridente ringrazia e aggiunge: «In verità sono vacanze molto brevi». Napolitano sbarca in tarda mattinata alla Banchinella, il moletto utilizzato quando a Marina Grande il flusso dei visitatori è particolarmente intenso. Mise estiva in blu con giacca, camicia, pantaloni lunghi e scarpe da ginnastica, in testa il consueto cappellino con visiera, Napolitano scende dall’imbarcazione della Marina militare «Argo» con la moglie Clio e la nipotina di 9 anni: è la figlia del figlio Giovanni, Sophie è il suo nome, scelto dalla madre canadese. Turisti e curiosi lo applaudono, mentre il corteo presidenziale guadagna velocemente la salita di Anacapri, laddove non è la prima volta che Napolitano sceglie di andarsene a godere un po’ di riposo, ospite di Patrizia e Paolo Signorini. Frescura e verde, con veduta sul golfo. Frequentazioni, colori e impressioni sedimentate negli anni, fin da quand’era bambino, quando a Capri sbarcava con papà Giovanni. Osservazioni e amarcord che si rincorrono a colazione con gli amici di sempre, nella terrazza a strapiombo sul mare: i librai-editori Ausilia Veneruso e Riccardo Esposito, l’ottuagenario professor Eduardo Vittoria (docente emerito della Sapienza) con signora, insieme a Rosita Marchesi (oggi nel cda del San Carlo), Paolo Baratta (l’ex ministro all’Ambiente) con signora e l’avvocato Vincenzo Siniscalchi. La Marchesi si occupa molto della piccola Sophie. Mentre con Baratta il presidente torna a parlare delle sinergie necessarie per Bagnoli e Napoli Est. Sinergie, unire le forze: così come aveva insistito il giorno prima anche con il cardinale Crescenzio Sepe, secondo quanto lo stesso arcivescovo confida in margine alla celebrazione di Santa Patrizia. Intanto arriva Siniscalchi, rientrato poche ore fa dal Trentino. Si parla di musica e del bel concerto ascoltato a Lucerna con l’orchestra diretta da Claudio Abbado. Mentre un turista americano, un avvocato di Washington Steven Philips, lo riconosce: gli fa i complimenti per la politica estera dell’Italia. E lui fluentemente, in lingua, ringrazia. Menù tutto mediterraneo con paccheri ai frutti di mare e mazzancolle, quindi pesce e torta. Infine il caffé, da sorsare insieme ai sindaci di Capri e Anacapri Ciro Lembo e Anacapri Mario Staiano. Momenti di riposo: da qui mancava da un anno, dal matrimonio di Francesca Siniscalchi. Era il 24 settembre e c’era pure Massimo d’Alema. Napolitano parla con tutti, mentre Clio lo accarezza con gli occhi. «Voglio vedere Sophie che nuota in piscina» confida il presidente. «Sophie, sei contenta?». «Sì, nonno». Antico frequentatore di Anacapri, come ricorda al Cambio di piazza della Vittoria Aldo Desiderio - qui vicino, in via Vignola, abitava il fratello di Napolitano, mentre non lontano di qui, a Cetrella, veniva spesso D’Alema - il presidente della Repubblica forse gradirebbe anche fare una passeggiata, magari verso Villa San Michele o con la seggiovia al Monte Solaro. Ma il ruolo gli impone norme severe di sicurezza: lui ne è rispettoso, ma naturalmente se ne rammarica. Nel primo pomeriggio, il rientro alla darsena Acton e poi a Villa Rosebery: stavolta alla Banchinella il Capo dello Stato risponde con calore al calore della gente, e s’imbarca soltanto dopo avere ringraziato da vicino, con sorrisi e il consueto saluto con le mani strette sollevate in alto. C’è chi gli grida: «Bravo». E un turista inglese, spiega alla compagna: «Mister president».


 

DA CORRIERE DEL MEZZOGIORNO DEL  27 GENNAIO 2007


Democrazia in pericolo
di Luigi Labruna

 

“Non è in coma”, dice il presidente Numeroso, anticipando ai giornalisti il senso della relazione di stamane a Castelcapuano sullo stato della giustizia nel distretto della nostra Corte d’Appello. “Ma è grave, molto grave”, ammette sconsolato. In un contesto di crisi generale, “ai limiti dell’eutanasia”, la situazione napoletana “è per certi versi ancora più pesante che nel resto d’Italia”, aveva appena dichiarato (testuale) Vincenzo Siniscalchi, membro napoletano del Consiglio Superiore della magistratura, avvocato di grido, già parlamentare di lungo corso, insomma un vero esperto del ramo. Che, nonostante l’ottimismo dichiarato sulle prospettive di uscite dalla crisi, aveva aggiunto considerazioni allarmanti, sottolineando che ci sono a Napoli “disfunzioni di carattere strutturale che impediscono di far decollare un progetto organizzativo delle attività giudiziarie, capace di stare al passo con la gravità del contesto della città e della sua area metropolitana”.
Un’area caratterizzata, per il presidente della nostra Corte d’Appello, “da un alto tasso di violenza”. Dominata dalla camorra: ha incalzato da Roma, alla presenza del Capo dello Stato, il presidente “anziano” Nicastro, inaugurando l’anno giudiziario di una Cassazione da troppo tempo acefala. “Nel solo capoluogo partenopeo – ha detto – operano circa cento gruppi camorristici fra i quali si distribuisce un ferreo controllo del territorio, in un equilibrio instabile che nell’anno ha dato luogo a ricorrenti guerre tra i clan”. E i morti uccisi a Napoli e Caserta, infatti, sono stati dal luglio 2005 al giugno 2006 centinaia e centinaia. Una vera mattanza. Che, naturalmente, non rappresenta l’attività esclusiva della delinquenza nostrana. Essa, “a prevalente conduzione familiare”, svolge costantemente, oltre a quelle tradizionali (contrabbando di tabacco e di merci contraffatte, furti con e senza destrezza, rapine), attività criminose comuni agli altri gruppi organizzati che impazzano in Italia, siano essi “di matrice interna” (mafia, ‘ndrangheta, Sacra corona unita, stidda e così via) che “di matrice esterna” (criminalità albanese, rumena, bulgara, cinese, nordafricana, sudafricana e via dicendo), e cioè: traffico di stupefacenti e di esseri umani destinati al mercato del lavoro nero e della prostituzione, usura, estorsioni compiute attraverso intimidazioni e attentati, con pesante condizionamento della attività economiche, e soprattutto con l’inserimento nello smaltimento dei rifiuti e negli appalti pubblici: “di tal che – ha detto ancora, purtroppo, credo, senza voler far dell’ironia, il facente funzione di presidente della Cassazione – gli imprenditori, prima di concorrervi, chiedono se la gara sia libera”. E non basta. Una “caratteristica della camorra napoletana” – ha denunciato – rimane un’attività, “altamente lesiva per la democrazia”. Un’attività “tesa al condizionamento dei risultati elettorali, in occasione di consultazioni amministrative, tendente ad infiltrare la pubblica amministrazione per orientarne le scelte”. Si tratta di una rivelazione ufficiale di straordinaria gravità per la sede e l’occasione in cui è stata, quasi en passant, fatta. Su di essa – a parte tutto il resto – nessuno può sorvolare. 


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